Sotto il 38° parallelo

Viaggio in Corea dove il Sud ha quasi smarrito la sua memoria
e il Nord comunista si aggrappa soltanto a sbiadite bandiere

 

Nella terra del caldo mattino

di Antonello Zappadu


Banos cittadina nella provincia del TungurahuaMilitari dell'Ecuador
Corea del Sud, Seoul: prostituta nel quartiere di Italwon/ Una bambina gioca con il suo cagnolino


É appena passata mezzanotte quanto il silenzio é rotto da assordanti sirene che mi fanno sbalzare dal letto. Pochi secondi che mi portano il cuore a mille. Solo la mattina seguente il portiere, con tutta tranquillitá, mi spiega in un inglese condito al "riso" che ogni quarantacinque giorni spetta a quel quartiere provare il brivido dell'allarme aereo, lo sgomento delle sirene che annunciano un ipotetico conflitto nucleare. "Come non saperlo, la televisone preannuncia ogni volta l'allarme, quartiere per quartiere". Insomma, benvenuti a Seoul, capitale della Corea del Sud!

Decido di fare subito colazione, anche perché dopo lo "scampato pericolo atomico" ed un viaggio che non so in che giorno o in che anno fosse iniziato, ho proprio una fame da lupi. "Caffé Italiano" riporta la scritta sulla vetrina, in un improbabile"times" color oro. Normalmente rifiuto ogni cosa che sia italiana all'estero. Ma adesso, in attesa di sperimentare la cucina coreana, i primi raggi del sole d'oriente mi convincono a salire le scale di quella che, in quel momento, rappresentava un pezzo di terra italiana in suolo straniero. Mi ricevono tutti con cortesia, elegantissimi, esageratamente gialli, nessuno parlava la mia lingua, nessuno era mai stato in Italia. Italiana invece una cartina geografica incorniciata che faceva bella mostra all'ingresso del locale. Non ricordo cosa ho mangiato. O meglio ho davvero dimenticato.

Ma la la fatica per farmi portare dell'acqua fredda, quella non la dimentico: tutte le volte che chiedevo un bicchiere d'acqua, immancabilmente mi veniva portata calda. Nei giorni successivi capii il trucco e ne dovetti far tesoro. In Corea l'acqua calda é utile per digerire la loro cucina. Seoul, oltre 11 milioni di abitanti, una metropoli solo geograficamente inserita nel terzo mondo: strade a sei corsie, grattacieli, luci e bagliori scintillanti. Insomma tutto esageratamente postmoderno, drammaticamente stridente con gli arcani misteri della vecchia Corea, quella del nord, ancorata ad un medioevo, anche politico, che ne fa una sorta di pachiderma ideologico e irrazionale. Il Giappone, a un tiro di fucile, ha contribuito notevolmente a questa radicalitá in futurscope.

Lo sviluppo della Corea, oramai industrializzata cosí come Singapore e Taiwan, é orientato tutto ai mercati occidentale e giapponese. Una piattaforma economica insediata sul progresso e sul business e che si gioca tutto sui beni e servizi della produzione pié sofisticata, ma che non disdegna, per converso, gli insegnamenti portanti della cultura orientale. A differenza appunto, della confinante Corea del Nord il cui unico scopo appare quello del continuo armarsi per una prossima, auspicata, inseguita, ma, speriamo, ancora lontana guerra con i fratelli capitalisti. Si quegli orribili e macabri altoparlanti che si vedono al di sopra dei palazzi piú alti, ormamento di alberghi e ambasciate sono un ammonimento, un continuo richiamo alle insidie di un conflitto animato dall'irredentismo delle ideologie senza tempo. Mi spiegano che tra le due coree mai un trattato di pace, mai un vero cessate il fuoco sia stato firmato. Decido di noleggiare un auto, per raggiungere quello che in lingua inglese viene chiamato "Freedom Bridge" il ponte della libertá.

Si trova a poco piú di 40 chilometri a nord-ovest della capitale. Poterlo raggiungere non é cosa facile, ancor piú per i giornalisti. Sotto stretta sorveglianza di soldati sud-coreani, constatiamo che tutto il percorso é presidiato ad intervalli regolari da altri militari e altri poliziotti che controllano tutti interi i 40 chilometri di strada. A bordo della mia Yundai mi incammino per Pánmunjom, estrema cittadina di confine. Arrivo senza intoppi, la presenza militare é esasperante, ma con sinceritá devo anche sottolineare delle cortesi attenzioni dei miei accompagnatori. É il confine piú militarizzato del mondo dalla fine della guerra fredda, 45 mila soldati Sud-Coreani e 25 mila marines americani controllano quella fascia di terra lunga 200 chilometri e larga 2.

Cortesia che va a farsi friggere quando mi accingo a fotografare la sbarra rosso-bianca di confine. Un urlo disumano in stile yankee mi riporta alla realtá: io e la mia macchina fotografica evidentemente non siamo ben accetti, quantomeno se agiamo insieme. Un marines-americano con la sua divisa griggio-verde tenta addirittura un inseguimento nei miei confronti.In effetti io improvviso una fuga strategica. Grazie ad una stradina secondaria arrivo in un piazzale e mi infilo in un caseggiato. Dentro, centinaia di alunni, probabilmente di una scuola di Seoul. Mi siedo con loro, piú che ascoltare osservo il professore che nella loro lingua spiega (cosí riesco almeno a capire) l'antica tenzone tra i buoni e i cattivi. Manco a dirlo la Corea del Nord comunista é il soggetto demoniaco e la Corea del Sud, filo americana, rappresenta la parte buona. Per la veritá in quel momento, la mia improvvisa tachicardia, mi dice che qualcosa non funziona in questo assioma. Cessato l'allarme, sperando che il mio segugio non si sia rivolto alla Cia per rintracciarmi, con molta cautela esco dalla "scuola" e riprendo, oltre ai consueti battiti cardiaci, il mio lavoro di fotografo. Fotografo tutto e tutti, preso da una smania inusitata e da un forte desiderio di testimonianza. A fine giornata nel "carniere", con stupore, mi ritrovo con una decina di rulli.

Seoul di notte é un vero e proprio bailamme. Luci, locali e pubs fanno di Italwon uno dei ritrovi piú frequentati dai giovani. Non un quartiere, nient'altro che una una via. Ma Itawon é il massimo della trasgressione che a Seoul si possa trovare. Giovani studenti, uomini d'affari si incontrano tutte le sere in un scintillio di colori e di desideri repressi da soddisfare. Ragazze di ogni etá "offrono" il loro corpo per 25 mila won, circa 15 mila lire italiane. Night-club di ogni genere e per ogni tasca.

Guuísá é una ragazza di 17 anni, non ci credo o comunque se li porta male, bella e, ironia per quei posti, pulita. Gli chiedo di posare per me: partendo dall'Italia un editore mi aveva chiesto appunto foto sulla prostituzione a Seoul, meglio se minorile. La convinco, é timorosa che quelle foto possano apparire in qualche periodico coreano. "La polizia - mi dice- é cattiva, non ammette queste cose".

Con un po' di fatica riesco a convincerla. Andiamo nel mio hotel e convinco il portiere, quello per intenderci dell' "allarme atomico" della mattina, a posare nella parte del cliente. Finito il lavoro riacompagno la ragazza sul "posto di lavoro". Non riesce a capire perché di lei abbia voluto unicamente e solamente un ricordo fotografico. La mattina, dopo la prima colazione, parto per Taegu un centro industriale e siderurgico. Sporca e caotica Taegu é la risultante visiva di quel che potrebbe essere il domani riservato a questa fetta di Asia, alla fine di questa lunga rincorsa verso il futuro. Ciminiere da ogni parte, con i suoi tre milioni di abitanti la cittá si trova proprio al centro della penisola coreana tra Seoul e Pusan. Resto pochi giorni, non resisto di piú. Parto per Pusan, mia ultima meta prima di imbarcarmi per il Giappone. Sulla strada un piccolo centro agricolo, Poun, finalmente vedo quello che, in fondo, volevo vedere, ció che cercavo.

Vale a dire quella parte di Corea attesa, da chiunque abbia in simpatia e stima il grande pianeta filosofico-comportamentale orientale. Tradizioni, il rispetto per il pensiero e i silenzi della natura, cordialitá per lo straniero e rispettosa e pudica curiositá, fanno sí che questa parte di Corea sia agli antipodi delle grandi cittá, di tutto ció che fino al quel punto mi era capitato di vedere. "Da dove vieni ? " mi chiede il cameriere. Rispondo io :"- Dall'Italia". "Cos'é ?" mi richiede. Giá, cosa puó essere l'Italia per un cameriere di Poun? Compito arduo, non riesco a dire niente di comprensibile. Fino a quando non mi viene in mente Luciano Pavarotti, ed intravvedo che gli occhi del cameriere si fanno tondi. Grazie al grande emiliano, riesco ad avere anche uno sconto. Nei tre giorni a seguire ogni mattina ho fatto colazione in quella sala da the. E come d'incanto, il mio ingresso veniva accolto dalle note del "nessun dorma" del grande e grosso Luciano tricolore. Ogni uomo occidentale, almeno una volta nella vita, deve venire in Corea e conoscere questa gente, che dona per il piacere di donare senza chiedere niente in cambio.