Ecuador

Reportage. Nella selva amazzonica sopravvivono le ultime tribù di tagliatori di teste
Fuggono dai militari che vorrebbero arrestarli, i missionari che tentano di convertirli
e i mercenari delle industrie petrolifere che vorrebbero sterminarli
Gli Shuar prima di mummificare la testa del nemico la disossano dall'interno
per ridurne il volume ad un'agghiacciante miniatura Per conservarne intatta la freschezza, il cranio viene bollito in una miscela di erbe

Nella giungla dell'Ecuador
alla ricerca degli ultimi cannibali

di Antonello Zappadu


Banos -  dentro la chiesaPastaza -  tzantzaBanos -  ragazze Shuar
sopra, alcune immagini scattate in Ecuador da Antonello Zappadu


Quito (Ecuador).

L'Amazzonia ecuadoregna è la più selvaggia di tutto il Sud America, la regione copre un terzo dell'intero stato dell'Ecuador. Oriente e Costa sono divise dall'imponente cordigliera delle Ande, tre grandi territori che fanno dell'Ecuador una terra unica al mondo, un po' più piccola dell'Italia è una repubblica presidenziale. L'Ecuador è abitato da cinque gruppi di indios: gli Jumos a nord, Cofanes e i Segoyas nella Sierra, gli Shuar alla destra del rio Marañon in piena giungla amazzonica, i famosi tagliatori di teste, ma in quella regione inaccessibile vive anche un'altra popolazione selvaggia, più pericolosa e più temuta degli Shuar, quella degli Aucas.Si dividono in due sottogruppi Huorani, cioè uomini liberi e Pucachaquis (patacolorada), per la loro catatteristica di dipingersi i piedi e la caviglia di un fango rosso.

Di loro si sa che venerano la luna e che, quando riescono a catturare un nemico durante il plenulio, lo trafiggono dopo il tramonto con le loro lance per lasciarlo sul terreno illuminato dall'astro della notte. Decido di partire per la giungla per incontrare gli indios Aucas. Su consiglio di amici, parto il sabato mattina: nei giorni della settimana la strada per Tena è interrotta a causa della dinamite usata per i lavori della nuova autostrada. Gli Aucas vivono tra il fiume Cononaco e il Tiputini, in una regione non più grande della Lombardia. Quando si parla della distribuzione e della densità della popolazione dell'Ecuador, bisogna tener presente che una metà del paese è ancora pressochè disabitata. A quanto ammonti la popolazione in Amazzonia Ecuadoregna, è impossibile dire con esattezza; secondo certi calcoli approssimativi non si tratterebbe però che di 60 mila persone, con una densità appena di 0,4 per Kmq.Arrivo a Tena, capoluogo della provincia Napo, dopo nove ore di buseta tra precipizi, cascate ed una flora variopinta. Faccio appena in tempo a prendere un passaggio per Puerto Misahualli. É notte fonda, a Puerto Misahualli è festa, nei bar nei ristoranti si balla la "cumbia" e si beve la "rumba", un'acquavite ricavata dalla canna da zucchero.

L'indomani con una piroga debbo arrivare a Puerto Francisco de Orellana, brevemente "Coca". Francisco de Orellana luogotenente di Sebastiàn de Benalcàzar fu il primo che nel 1542 raggiunse questa terrà e navigò sul rio Napo per diversi mesi ad un certo punto da una riva non vide più l'altra, e dopo un po' non scorse la riva destra e poi quella sinistra: stava navigando nel rio dell'Amazzoni, quando arrivò, aveva percorso per intero il fiume più grande del Sud America. La canoa per Coca è scortata dai militari che giacchè sono straniero mi perquisiscono, la paura dei narcotrafficanti nella zona tiene i militari in continuo allarme. Le credenziali giornalistiche e la mia nazionalità italiana mi permettono di allacciare amicizie, "interrogo" la gente, chiedo come poter raggiungere gli Aucas. M'indicano una guida seria e brava: "lui può accompagnarti conosce la regione" bisogna andare sul rio Tiputini e contattare Miguel. A Coca la polizia chiede che cosa voglio fare, mi sconsigliano di inoltrarmi nella Selva alla ricerca degli indios Aucas mi invitano a rinunciare per i grossi rischi che comportava la "gita".

Vista la mia resistenza, mettono il visto nel passaporto che attesta il mio passaggio in quella "frontiera". Troppe persone si sono perse, molti non hanno fatto più ritorno: "è un dovere del nostro paese verso il vostro se dovesse perdersi sappiamo dove iniziare le ricerche".Miguel con i suoi due figli mi accompagna dopo aver rifornito la canoa di "gasolina" e viveri. La canoa è un tronco d'albero scavato con l'accetta e con il fuoco, lunga dodici metri porta una decina di persone, tende, bagagli e vettovaglie senza alcun problema. I primi giorni riso bollito, uova e un po' di frutta; gli ultimi giorni, finite le provviste, piranha, quel temutissimo pesce che un ragazzo di undici anni pescava con tanta maestria e con tanta sicurezza. Sarà lui a smitizzare le tremende leggende su questo "pericolosissimo" pesce. Dopo diversi giorni raggiungiamo il vecchio villaggio Aucas: gli indios però si erano allontanati da un paio di mesi. Restano alcune capanne e il "boito" una grande capanna, quella delle adunate, tutto intorno una fitta vegetazione che piano piano si riappropria del territorio. Miguel spiega: "il gruppo doveva essere composto da non più di cinquanta indios scappano dai militari che vogliono chiarimenti su alcuni episodi, dai missionari che vogliono convertirli e scappano dai "petroleros" che vogliono sterminarli. Stiamo assistendo ad un vero e proprio genocidio di etnie. Gli Aucas-pucachaquis sono nomadi, atavici nemici di altre popolazioni di indios Ecuadoregni. L'Aucas continua ad essere inavvicinabile, lui è cannibale ed interamente selvaggio". Amareggiati, sconfortati e affamati decidiamo di fare rientro a Coca. Saluto Miguel e parto da Coca per Baños all'alba. Arrivo a destinazione in piena notte, dopo sedici ore di viaggi con solo due soste di trenta minuti. Ho solo voglia di un buon letto e di quaranta gocce di novalgina. Silvia e Dolores sono in cucina di buon mattino, preparano la colazione per gli ospiti del restaurant-pizzeria de Paolo. A Pablo Torres, proprietario del ristorante, piace tutto dell'Italia, anche i nomi, e il suo nome Pablo, diventa l'italiano Paolo. Forse per anticipare all'ospite che lì la cucina è principalmente italiana. Paolo colleziona cartoline che i suoi occasionali clienti gli spediscono da ogni parte del mondo. Orgoglioso le appende in bella mostra nella parete del suo locale. Il mio sguardo cade su un paesaggio; inconfondibile: "Saluti da Porto Rotondo".Baños si trova a tre ore e mezza di "buseta" (piccoli bus caratteristici del Sud-America) da Quito capitale dell'Ecuador. É una ridente cittadina turistica di appena 15 mila anime, collocata nella cordigliera a circa 1800 metri di altezza famosa per le piscine di acque sulfuree che arrivano dal vulcano Tungurahua. Paolo si è trasferito da alcuni anni con la sua famiglia dalla capitale.

A Quito aveva un taxi: "vida perra" (vita da cani) qui a Baños tutto e più bello, più tranquillo la mia famiglia è rinata". Silvia e Dolores sono arrivate in tempi diversi, dice Paolo: avevo chiesto a degli amici che commerciano nell'artigianato locale se potevano aiutarmi a trovare una ragazza indios Shuar. Mi hanno chiesto come la volevo: mansos cioè civilizzata o bravos cioè selvaggia. Non so perchè, ma l'idea di averla bravos senza che la civilizzazione l'avesse minimamente toccata mi spronava più di averla già ammansita"."Appena arrivata, un po' per gioco un po' per curiosità, misi Silvia davanti alla televisore e con il telecomando lo accesi. La reazione fu immediata: fuggì a gambe levate. Stessa scena davanti al refrigeratore. Non puoi immaginare la fatica che c'è voluta per spiegarli a cosa serve il bagno. La mia soddisfazione fu così grande che feci arrivare dopo un po' di tempo anche Dolores". "Oggi sono contento di averle con me, sono indispensabili.

Molto intelligenti con una gran voglia di apprendere, educate e fedeli. Qualche mese fa ebbi un brutto incidente con il mio fuoristrada, non so ancora oggi come abbia fatto a salvarmi, pochi metri e sarei finito nelle rapide del rio Pastaza. Mi ricoverarono in ospedale in gravissime condizioni. Accanto a me mia moglie e i miei figli, ma anche Silvia e Dolores erano lì che si disperavano e piangevano con la mia famiglia". Parlo degli Indios con Paolo: "Sono cinque i gruppi che abitano la regione della Selva Ecuadoregna. Tra i più famosi e i più temuti gli Jìvaros e gli Aucas. Gli Jìvaros, ma preferisco chiamarli nella loro lingua, Shuar (Jìvaros è in castigliano puro), vivono in una regione vasta tra il rio Marañon e il rio Pastaza a cavallo di due stati Ecuador e Perù a ovest della cordigliera, in piena giungla amazzonica. Sono i famosi tagliatori e miniaturizzatori di teste umane, noti almeno quanto i Dayak del Borneo. Prima di mummificare la testa tagliata del nemico, la disossano dall'interno con un procedimento lungo e delicatissimo, in modo da ridurre notevolmente il suo volume; la bocca e gli occhi vengono cucite con dello spago ottenuto da fibre vegetali. Così composta la testa viene imbottita con delle pietre calcare e poi fatta bollire per alcune ore. Per annullare la caduta dei capelli si usa una sostanza ricavata e dalla iuca (un tubero che si trova nella Selva) che va miscelato con altre erbe.

Le teste così trattate conservano quasi immutata la fisionomia originale".É perfettamente spiegabile, dunque la curiosità dei molti turisti, ma proprio su questa curiosità si basa un particolare traffico. Non c'è negozio artigianale che non esponga imitazioni di teste miniaturizzate. Oggi il barbarico uso è pressoché scomparso anche perché nel 1985, all'aeroporto di Guayaquil (porto Ecuadoregno nel pacifico) durante un controllo doganale nella valigia di un turista americano trovarono avvolta in una maglietta proprio una "Tzantza", così gli Shuar chiamano le teste miniaturizzate. Successe il finimondo, la stampa nazionale ed internazionale riportarono la notizia perché da analisi antropologiche e mediche riscontrarono che si trattava con molta probabilità di una testa umana di un bianco, forse un colono o di uno dei tanti turisti che da quella Selva non hanno fatto più rientro. Quella tzantza pagata probabilmente con qualche macete, al mercato nero valeva non meno di sette mila dollari. Oggi certi venditori rimediano mettendo in commercio piccole teste di scimmia, molto ben preparate.