Hiroshima

Nell'agosto di 52 anni fa Hiroshima fu sgretolata
dall'atomica americana
Oggi é di nuovo tra le cittá piú belle del Giappone.
Ma non ha dimenticato.

Silenzio ad Oriente

di Antonello Zappadu


la casa della bomba a Hiroshima
Hiroshima, la casa della bomba


Il pannello luminoso a "LED" rossi dentro il treno segna 238 chilometri orari. Il "Sckinkansen" corre veloce, quando fu inaugurato era il treno piú veloce del mondo. Tra le nuvole la cima del Fujiyama, grande, immenso appare. E come appare, in pochi minuti scompare. Finalmente Hiroshima, nell'isola giapponese di Honshú. Una cittá sicuramente tra le piú belle ed ospitali del panorama giapponese. Apparentemente caotica, con grande meraviglia si presenta ordinata e silenziosa. Ci vivono 700 mila anime. Dopo la bomba atomica, del 6 agosto di 52 anni fa, la cittá é stata interamente ricostruita. Tutto nasce una sera per gioco. Tre amici in un pub, tanta voglia di vivere, viaggiare e vedere. Olbia dal canto suo d'inverno non ha niente di alternativo. Niente musei, niente teatro, nessuna manifestazione culturale, complice una "overdose" di noia, si fa largo l'idea di un viaggio nella parte estrema dell'estremo oriente.

Decido di accettare l'idea del viaggio. Ci muniamo di mappa stradali, si sceglie co cura la migliore compagnia aerea, si preparano i bagagli e ... leviamo l'ancora dalla nostra monotona quotidianitá. Olbia Roma, Roma Mosca e infine Mosca Tokyo. L'aeroporto di Narita di Tokyo dista dalla metropoli una trentina di chilometri, perció decidiamo di pernottare al Centraza-Hotel, proprio a due passi dall'aeroporto. La mattina visita per la cittá , ci rendiamo subito conto della grandezza, della spaventosa grandezza di Tokyo. Basti pensare che per vastitá é quanto tutta la Lombardia e devono abitarci in 20 milioni. Ottantamila lire al giorno per spostarci con la metropolitana e i tram. Troppi, per noi. Cerchiamo un edificio, un grattacielo, con un grande centro commerciale. Non ci rendiamo conto peró che consultiamo una mappa vecchia di due anni e un poliziotto all'angolo della strada ci spiega che il centro commerciale non c'é piú, ha fatto posto ad un altro grattacielo e che quel centro commerciale é stato ubicato altrove. Camminiamo alla ricerca di qualcosa che neanche noi sappiamo, nove ore di fuso orario ci fanno girare la testa. Un melone in vetrina fa bella mostra, in vendita a 46 mila yen, 600 mila lire italiane. Pensiamo prima ad uno sbaglio, poi ad un calcolo errato tra yen e lira, poi ad un guasto della mia calcolatrice tascabile. Comunque fosse, ci allontaniamo in fretta, con il dubbio.

Chiediamo informazioni ad un giovane per indicarci la strada per Seido. L'idea é di visitare il Tempio di Confucio, gentilmente ci accompagna sino alla metropolitana. Che lavoro fai ? Gli chiediamo, e mostrandoci il suo abbigliamento, il suo modo di vestire ci risponde: "sono un businessman, non vedi ?" Con tutta onestá avevamo pensato ad un rappresentante, magari ad un assicuratore, ma a Tokyo tutti sono businessman. Il passo successivo, nel degrado sociale. Lo spetro della disoccupazione che aleggia anche in Giappone, é quello di diventare uno dei tanti furosha, vagabondi che vivono lungo i corridoi della metropolitana di Shinjuki, il centro politico-economico di Tokyo. Non deve stupirci l'ordine con cui questi furosha allestiscono i loro cartoni-coperta, le loro abitazioni: in molti casi si tratta infatti di persone istruite, con passato da professionisti, imprenditori. Businessman per l'appunto. Arriviamo al Tempio di Confucio a metá mattinata, saliamo cento, o forse un migliaio o erano un milione di scalini ? E con vero rammarico troviamo il Tempio sbarrato, chiuso, non si puó visitare. Rammaricati, piú che delusi, ci concediamo un attimo di sosta, ci sediamo negli ultimi gradini per respirare e calmare le coronarie, ma il servizio d'ordine ci impone di alzarci. Il nostro pensiero va ai tanti giapponesi che invadono le nostre piazze Italiane, liberi di sedersi se stanchi, dovunque vogliano.

Pranziamo a pochi passi dal Tempio, degustiamo la loro cucina tipica, insalata e pesce crudo tutto condito a base di soia e con poco sale. Di salato, di tanto salato: solo il conto. Terrorizzati da questo mostro dal nome "yen", decidiamo di anticipare la partenza per Hiroshima. Acquistati i biglietti ferroviari del Sckinkansen, 174 mila lire a persona, troviamo il viaggio riposante. Ogni tanto si presenta una graziosa hostess che con fare gentile ed un inchino ci chiede se desideriamo qualcosa, una bibita per esempio. Non ci "avventuriamo", non sappiamo se é offerto dalla "casa" o se dobbiamo firmare un "leasing".

In tarda mattinata arriviamo a Hiroshima, un tassista con guanti bianchi ci accompagna al nostro Hotel, paghiamo la corsa, un sorriso divampa su ognuno di noi. Hiroshima ha prezzi molto inferiori a Tokyo: l'hotel, i ristoranti, lo shopping tutto era alla portata della nostra "miserabile" lira. Una camera tripla, una gran bella camera, al ventesimo piano dell'Ana Hotel-Hiroshima della All Nippon Airways, costava 130 mila lire al giorno; il ristorante con i piatti tipici 40 mila lire. Naturalmente mai abbiamo chiesto della frutta, in particolar modo del melone. Musei, teatro, locali notturni, insomma tutto andava bene per le nostre tasche. Proprio come se non ci trovassimo in Giappone, ma in un altro pianeta. La sera in ristorante davanti ad un buon piatto di spaghetti, da far invidia ai nostri, pianifichiamo "Hiroshima". La mattina successiva, come prima tappa, ci dirigiamo al "Hiroshima Peace Memorial Museum". Ci arriviamo passando per la "Casa della Bomba". Si tratta della vecchia "Prefettura di Hiroshima", una sorta di nostro palazzo regionale. É l'unico edificio rimasto in piedi dopo l'esplosione della bomba atomica, e oggi considerato monumento nazionale.

Il 6 agosto "dell'anno della bomba", proprio in quel punto, in quella direttiva la bomba atomica esplodeva alle 8,15. Il costo umano per Hiroshima e morale per la civiltá fu immenso: il 67% degli edifici fu distrutto o danneggiato, la fortissima azione termica provocó incendi in tutti i quartieri, la bomba atomica di 20 kilotoni (per capirci 20.000 tonnellate di tritolo) uccise all'istante 66 mila persone su una popolazione di 343 mila abitanti, una vera apocalisse, la stessa sorte due giorni dopo toccó a Nagasaki. Uscito dal conflitto, con una resa incondizionata, il Giappone contava i suoi morti: nove milioni. Oggi, grazie anche all'aiuto americano, che mirava ad un Giappone-tampone alle supremazie socialiste in Asia, é una della nazioni piú industrializzate del mondo. Un ponte sulla sinistra scavalca il fiume Ota. Arriviamo in un isolotto, in mezzo al delta del fiume. Una piazza ci conduce appunto al Museo della Pace. L'ingresso é libero, il museo é colmo di visitatori: é un giorno feriale, tantissimi studenti venuti da ogni parte della Nazione. Ci viene consegnato un opuscolo che illustra il museo. Anche questo é gratis ed é scritto in italiano. Il museo racconta il dramma della cittá di Hiroshima, immagini alcune viste e riviste, nei testi o in televisione, altre inedite. In una parete una serie di poster con cifre e grafici, 140.000 mila i morti tra il 6 agosto e il dicembre del 1945, circa il 20 percento morirono immediatamente per le ferite riportate, il sessanta percento a causa delle forti ustioni il resto delle vittime fu per i danni provocati dalle radiazioni. Hiroshima subisce ancor oggi la bomba. Il segnali piú tangibili si vedono camminando per le strade. Gli handicap sono visibili nelle infrastrutture, negli autobus, negli uffici. Attraversando le striscie pedonali, oltre al via del semaforo visivo, una musichetta ti accompagna nel cammino. Prima soave e lenta, piano piano piú veloce, indica alle tue orecchie, perché i tuoi occhi non possono vedere, che il semaforo si appresta a diventare rosso. Hiroshima non vuole dimenticare, anzi, vuole ricordare. Lasciando il museo ogni visitatore deve firmare un registro di presenza e magari un pensiero. Sopra la mia firma un nome: "Paul Roper Arizona Usa, perché questo non accada mai più ! ".