La seconda pelle, dal libro “L’incubo di Berlusconi”

Raccontare oggi Antonello è anche raccontare la Colombia. Ormai è la sua seconda patria, non solo perché c’è Susan e la sua famiglia, ma perché lì Antonello probabilmente ha completato il suo cammino umano e lì, quasi certamente, finirà per trasferirsi per la parte finale della sua esistenza. Ciò che è successo con le foto della Certosa, è stato presentato in tutto il Sudamerica come lo scoop del fotografo colombiano Antonello Zappadu. Da anni ormai frequenta l’America Latina, una specie di gene familiare visto che sia nostro nonno Salvatore che nostro padre Mario, sono stati emigranti, nei due diversi dopoguerra, per alcuni anni in Argentina. Da anni i racconti dei suoi contini viaggi in Ecuador e Colombia sono quasi prodromo di una curiosità avvolgente e coinvolgente che ti spinge a seguirne i percorsi, non solo sulle ali del pensiero.

Al suo matrimonio appena quattro anni fa siamo andati io, Antonio, Roberto, Giuseppe ed alcuni altri parenti ed amici. Con noi abbiamo portato anche nostro padre, allora quasi 90enne alla sua prima trasvolata oceanica a riassaporare quell’aria che, per l’appunto nel secondo dopoguerra, nei barrios argentini lo aveva visto assecondare il suo mestiere di periodista per il giornale d’Italia di Argentina. Antonello invece è un reportero, e quindi accompagna i suoi racconti con le immagini, spesso, molto spesso piuttosto eloquenti. Ma, come ho scritto anche in altra parte, ogni tanto mette nero su bianco le sue impressioni, le sue vere e proprie inchieste.

Questo materiale me lo passa. Lo rivedo, cercando di renderlo più scorrevole e fruibile alla lettura. E per questo che, di seguito, ho voluto inserire nel percorso informativo sulla esperienza giornalistica di Antonello, alcuni di questi “pezzi” del tutto particolari. Senza le foto, perché lui ha voluto che in questo libro non ci fosse una sola foto di quelle con cui ha accompagnato la vita sua e dei suoi tantissimi “utenti”. Sono alcuni spaccati, sostanza e contorni di un mondo neppure così troppo lontano dalle nostre intuizioni. Dove a fronte del passo millenario e cadenzato della povertà e della disperazione, impera il ritmo incalzante e distruttore del dio denaro e della madre di tutte le corruzioni di sistema, la polvere bianca. E con essa il suo traffico, la sua immutabile forza motrice di delitti e tragedie ad ogni angolo di mondo. Una Colombia, laddove il denaro si pesa non si conta, mille volte martire, troppe volte carnefice, in un circolo così vizioso da sembrare colpevolmente ed eternamente immutabile.
Ed allora poco sotto, facciamo parlare Antonello della sua Colombia, non con le foto ma con l’arte della parole. Parole che nella forma sono anche un po’ mie, nella sostanza sono tutte frutto dell’amore, dell’esperienza e della passione di Antonello per questa sua seconda pelle.
*1. A scuola di Killeraggio.
Provengono dalla città di Buenaventura, sulla costa Colombiana del Pacifico, scappano dalla guerra,
fuggono dalla miseria. Sono gli sfollati della guerra, rifugiatisi con i loro bambini sulle sponde del Rio Cauca a Cali in Colombia, alla sinistra del ponte di Juachito in un quartiere dal nome romantico “Brisas del Cauca” -Brezza del Cauca. Qui, giovani più che a rischio di esclusione sociale, sono facile preda della criminalità organizzata, di narcotrafficanti senza scrupoli, arruolati in associazioni criminali, ben conosciute dalle autorità di polizia locali. Associazioni che sono vere e proprie “scuole di killeraggio” il cui unico obiettivo è l’omicidio su commissione. E proprio in questo contesto, da questo contesto parte una nuova battaglia,finalmente incruenta, finalmente civile, per affermare i diritti dei bambini alla sopravvivenza, contro ogni forma di violenza e di schiavitù. Ed ecco che proprio a Cali si firma l’accordo dei genitori del “Brisas” con la Forza Aerea Colombiana, con l’idea forte di impedire l’arruolamento forzato delle frange armate impegnate in una guerra trentennale. Ostracismo attivo fino al punto di prevedere “dissuasivi” interventi armati. Le mamme coraggio, pronte a farda scudo per impedire che i loro figli non imbraccino le mitragliatrici da combattimento nella cordigliera di sangue. Le mamme “ribelli” che con il cellulare alla mano chiamano in soccorso gli “angeli” in divisa,pronte all’estremo sacrificio per i loro figli. “Il Brisas fino a poco tempo fa era una sorta di girone infernale – racconta il tenente colonnello***** della Fuerza Aérea Colombiana, FAC – I ragazzi andavano in chiesa armati, non potevano oltrepassare confini virtuali,comunque ben delineati, nello stesso quartiere, pena la morte.” La situazione oggi è notevolmente migliorata, proprio grazie al lavoro dei”militari.” “E stata dura – commenta – ******* – siamo riusciti a portare i ragazzi in caserma con la condivisione di un progetto “Piloto por un dia”, passano un’intera giornata con noi, vivendo l’aria della caserma e per un giorno intero li conduciamo per mano a vivere una giornata diversa, fuori da ogni tipo di violenza, convivendo tra le armi della dissuasione per dimenticare quelle del sangue.” Cali, tre milioni di abitanti, è considerata una delle città più violente al mondo, interi quartieri “vietati” agli stessi Calegni. Quartieri come Silo é in cui, dagli anni novanta, militari e poliziotti rimangono sul terreno nei costanti, ripetuti e interminabili conflitti a fuoco. Durante uno di questi eccedi, in cui una decina di militari vennero trucidati, la risposta dei calegni di Siloé fu quella di dipingere i muri delle case tutti di bianco, in segno di pace.
Cali la patria della Salsa è una città viva, una città divertente e carica di musica, si aspetta il giovedì per “rumbare”, per dimenticare. Ma sono proprio questi i giorni più a rischio, l’alcol e gli stupefacenti in quelle serate sono il convitato di pietra, spesso di morte violenta. Cali, piena di contraddizioni, ma nel contempo attenta, sospettosa, sempre in allarme, pronta al peggio, immersa
nel rischio e nella pura quotidiana. Così prima di entrare in un locale da ballo, in un bar, in qualsiasi locale frequentato dalla gente,  vieni perquisito. Le armi non possono entrare,meglio lasciarle a casa, e le case sono comunque piene di armi. Vivo Cali ormai da diversi anni ed ho capito, condiviso il grande impegno della gente comune,del volontariato per il ripristino di una normalità quotidiana che, comunque,qui è una chimera. “È difficile che si cambi –risponde Carlos al mio interrogativo- forse è tardi per intervenire; noi con il nostro gruppo di 15 volontari rischiamo la vita tutti i giorni, siamo visti con diffidenza e le autorità non ci aiutano. Siloé è solo la punta di un iceberg. Per esempio dal 29 di dicembre al 4 di gennaio del 2005 gli omicidi a Cali sono stati 58, una vera mattanza, in meno di una settimana.” Troppe armi, troppa guerra e i bambini sono le prime ignare vittime di una criminalità senza anima e scrupoli. Ignare proprio perché questa esperienza di terrore la respirano fin dal primo vagito. Il progetto della FAC è solo uno dei tanti che i militari provano a condurre in porto per l’avvio di una soluzione “pacifica” della convivenza civile. L’aeronautica pensa a”Brisas del Cauca”, altri 70 volontari hanno in “dotazione” ad altri 5 quartieri a grave rischio criminalità. Tra i volontari, oltre ai militari, si segnala l’impegno di medici, avvocati, ingegneri. Un aiuto continuo e senza tregua, una vita spesa, talvolta, interamente giocata per un futuro che qui si può solo sognare. Condurre i bambini di strada a dimenticare la guerra e a rinunciare alle armi più che un sogno è un miracolo; e purtroppo, per i miracoli, da queste parti, gli angeli devono indossare la divisa ed imbracciare un mitra.
2**Tra la “polvere” del Putumayo
La memoria è qualcosa che non si può vendere, ammesso e non concesso ci sia qualcuno che voglia comprarla. Anche per questo attraversare questa landa di mondo, in cui povera gente affamata diventa farina da impastare per i narco-trafficanti più potenti del pianeta, diventa esperienza umana e non solo evento personale.
“Caucana y Tingo Maria es la mejor” ma non sono niente male anche la Boliviana Negra e quella Blanca, Boliviana Achapo e Pata Roja: sembra un invito per un percorso guidato con meta finale il big bang della polvere bianca. Putumayo, regione amazzonica nel sud della Colombia al confine con l’Ecuador, è scenario quotidiano di violenti scontri tra esercito, paramilitari e guerriglieri delle Farc. Tutto in nome del controllo integrale del narcotraffico. Grande quanto la Sardegna, la regione o meglio il distretto è il maggior produttore di cocaina in Colombia, che a sua volta è il maggior produttore di coca al mondo. Giornalmente, chilo più chilo meno, si confezionano 90 tonnellate di base di coca, che raffinata diventano 45 tonnellate, al giorno, di polvere bianca pronta alla bisogna. Un fiume di cocaina che diventa una mare sommando la produzione, sempre giornaliera, di altri dipartimenti come il Cauca, Caquetà, Antioquia e Nariño.
Stiamo parlando del 70% della colombiana, di quasi il 50% della droga mondiale. Il mio viaggio parte da Mocoa, capitale del distretto del Putumayo. Inizia con un furto strano, stranissimo, nella mia camera dell’hotel a Cali. Sono le tre di pomeriggio del primo aprile quando ricevo una telefonata che mi annuncia che il mio “passaggio” per Mocoa è stato “accettato.” La notte, dopo una cena tra amici, al rientro l’amara sorpresa: dalla mia camera sono sparito computer portatile e  tutto il corredo fotografico. Rimangono, stranamente, soldi, carte di credito, cellulari, gioielli di mia moglie e corpetto antiproiettile. Insomma un furto “intelligente” , quasi mirato a limitare gli strumenti del mio lavoro.
La strada per Mocoa non è solo difficile, è terrificante: sette o otto ore prive di un solo metro d’asfalto, precipizi di duemila metri, esasperato silenzio esasperato da una folta e angosciante vegetazione.
Le cattive condizioni del percorso mi preoccupano fino a un certo punto, perché resto sospeso, fino alla fine, nella consapevolezza dell’alto rischio di sequestri di persona da parte della guerriglia.
Arriviamo a Mocoa all’una “de la tarde.” Con i suoi 38mila abitanti, Mocoa capoluogo del Putumayo, mi appare come me l’avevano descritta, come me l’aspettavo: militarizzata sino al midollo, all’apparenza tranquilla eppur costantemente in trincea, quasi difesa di quella “straordinarietà” che da queste parti significa soprattutto lotta quotidiana contro la miseria per la sopravvivenza.
Discoteche, locali alla moda, gelaterie, una vita notturna da far invidia alla costa romagnola. Ed è proprio in uno di questi locali, davanti ad una birra che sento i racconti di una storia che ha dell’inverosimile: a San Miguel “pueblo pequeño” di appena duemila anime, dal 2000 a tutto il 2001 gruppi paramilitari AUC – Autodefensas Unidas de Colombia – con sistematica e scientifica brutalità hanno rapito, ucciso e seppellito in una fossa comune non meno di 1500 persone.
Del massacro sono raccapriccianti anche i particolari: stermini di massa, mutilazioni dei corpi per impedirne ogni possibile riconoscimento. Le cronache di quel periodo accennano solo in parte ciò che ora, la gente comune, riesce a tramandare con tanta dovizia di particolari pervasi sempre da un’angosciante paura, ma, forse, non più e non solo delle sevizie terrene. San Miguel si trova a pochi chilometri dal confine con l’Ecuador, zona di sconfinamento della guerriglia, teatro di continue e pericolose scaramucce tra l’esercito Colombiano e quello l’Ecuadoregno, la forte tensione è palpabile sul rio San Miguel, confine naturale tra i due stati . Difficile, se non impossibile trovare qualcuno che mi accompagni. L’idea di partire da solo e di sfidare la sorte non mi passa neanche per la mente.
Passato indenne da Pasto a Mocoa, so bene che arrivare a San Miguel senza subire “danni” è cosa impossibile. La fortuna mi assiste due giorni dopo, visto che Francisco, un amico, deve recarsi per lavoro a La Hormiga, distante appena dieci chilometri da San Miguel. Lui è disponibile ad accompagnarmi. Altro viaggio, altre sei ore in una strada amazzonica dove la guerriglia del “48essimo frente” è padrona assoluta del territorio. La Hormiga, di notte è cittadina come tutte le altre. Dignitosi alberghetti e tante, una vera miriade, sale da biliardo. Incontriamo Ricardo Riascos Lopez, funzionario governativo, “spedito” da Bogotà a sovrintendere al progetto “En Colombia todos contamos.”

Da alcuni mesi, infatti, il Governo colombiano fa il censimento della popolazione con un radicale ed intensivo processo di conoscenza statistico-quantitativa. Cosa difficile ed ardua da queste parti, mi racconta Ricardo, qui si devono fare i conti con la guerriglia e con i paramilitari nei centri abitati non ci sono ostacoli insormontabili. Il difficile si annida nelle zone rurali, i funzionari collaboratori per progetto di cui Ricardo è responsabile, sono una sessantina, sistematicamente vengono rimandati indietro. No, non vengono minacciati, ma “cortesemente” invitati ad allontanarsi dalla guerriglia che controllano l’intero territorio rurale. San Miguel è polvere e sassi, solo un accenno di esercito; gli uffici governativi, il commissariato di polizia e gli ingressi al paese sono protetti da “casematte” con sacchi di sabbia a far da scudo. Militari giovanissimi, nei loro occhi diffidenza e paura. Ricardo ha tempo per raccontami di questa regione “l’identificazione di questo territorio isolato con il narcotraffico e la violenza armata, confina i suoi gravi problemi sociali ed ecologici ai limiti dell’invisibilità. Poco si sa, ad esempio, delle fumigazioni previste dal “Plan Colombia” e sponsorizzato fortemente da George Bush. Si tratta di un programma per sradicare il narcotraffico e, in questo periodo, esso si sta concentrando proprio nel Putumayo. Le coltivazioni di coca vengono “fumigate” per mezzo del “Ground-up ultra”, potentissimo diserbante a base di glifosato prodotto dalla Monsanto. Qui viene usato in una concentrazione del 26 per cento, in luogo dell’uno per cento raccomandato negli Stati Uniti.

Il ground-up ultra distrugge, insieme alle coltivazioni della coca, unica fonte di reddito per le famiglie locali, le colture destinate all’autoconsumo degli abitanti, inquina le fonti d’acqua e il cibo degli animali. E le cavie che subiscono i danni peggiori di questo veleno sono, come sempre, i bambini. Secondo le autorità sanitarie locali e le ricerche svolte sul campo, queste micidiali aspersioni finiscono per causare malformazioni congenite, aborto, leucemia e altre varie forme di cancro.

I contadini sono messi di fronte ad una scelta: scappare verso altre regioni in cerca di nuove quanto improbabili fonti di reddito, o imbracciare il fucile e unirsi alla guerriglia o ai paramilitari, che assicurano quattrocento dollari mensili, vitto e alloggio gratuiti. Come meravigliarsi che sino in tanti ad optare per la seconda alternativa. Per questa via il Plan Colombia, nonostante i suoi 3,7 miliardi di dollari impiegati, ha finito per essere il più grande sistema di sponsorizzazione a vantaggio dei gruppi armati.

E c’è di più, mentre i contadini muoiono, la coca cresce proprio perché si sono studiate le contromisure ed il rimedio ai diserbanti. I miei interlocutori si guardano bene dal confidarmi la loro “ricetta”, ma a dimostrazione delle loro affermazioni mi indicano le centinaia e migliaia di coltivazioni che ho anche potuto visitare. Come in un “tour turistico”, i cocaleros mi “trasportano” da una coltivazione all’altra ettari ed ettari, chilometri quadrati di coltivazioni di coca, laboratori sparsi nella giungla e nei piccoli centri rurali, qui tutti trattano la coca, il loro “pane quotidiano.” “Aqui la plata no se conta, se pesa” mi spiega Luis Fernando un giovane cocaleros che mi aiuta a capire. In un ettaro riescono a gestire cinquemila piante, un laboratorio medio produce dal chilo e mezzo ai due chili di base di coca. Preferiscono la Boliviana Negra e la Blanca, perché possono arrivare a coltivare le piante ad un metro e mezzo di distanza l’una dall’altra. La Tingo, più redditizia, invece ha bisogno di più spazio. Il prodotto finito rende anche il 50 percento di cristallo, cioè la polvere di cocaina. Con i suoi otto laboratori Luis produce giornalmente non meno di 15 chili di base di coca a 430 euro al chilo, che gli rendono tremila e 500 euro ogni giorno. Con orgoglio mi fa vedere e mi spiega tutto il processo produttivo, un suo laboratorio sorvegliato da un vecchio “campesinos”, è colmo di sacchi e di foglie di coca, mimetizzato tra la vegetazione, con un pò di apprensione osservo tutto quello che Luis mi mostra e ascolto ciò che racconta.
Rientriamo in paese, il taxi ha aspettato il nostro rientro con tranquilla pazienza sul ciglio della strada, pagando la corsa, 45 mila pesos, capisco che mi ha scambiato per un trafficante. Meglio così, qui i “periodisti” non sono ben visti. La sera, seduti in piazza le testimonianze del genocidio si fanno più concrete, i racconti personali diventano lucidi e carichi di particolari, mille, forse duemila, persone uccise e fatte sparire, sul numero qualcuno azzarda: 2500, in maggioranza campesinos ma anche operai, impiegati, sindacalisti e qualche giornalista.
Uccisi e sepolti in una fossa comune dai gruppi paramilitari che tra il 2000 e fino a tutto luglio 2001 hanno occupato i punti strategici del Putumayo. I corpi mutilati con le motoseghe per non farli riconoscere. In quel periodo a San Miguel e nelle campagne circostanti, i gruppi paramilitari AUC avevano creato la loro base di comando. Cominciarono una sistematica “mattanza.” Rapivano e torturavano chiunque fosse sospettato di appartenere alle Farc o anche simpatizzasse con la guerriglia. Mi raccontano questo per un fatto di coscienza, perché dopo cinque anni si vuol dare una decorosa sepoltura a quei corpi. La fossa comune si trova a tre chilometri da San Miguel sulla direzione di San Carlos. La mattina seguente mi accompagnano con due moto. Il noleggiatore si raccomanda di non entrare nel campo: “è minato”, ed aggiunge un macabro particolare “nei giorni di pioggia, nelle forti giornate di pioggia affiorano le ossa umane, sono talmente tante che ormai il terreno non riesce più a contenerle.”
Non riesco a delineare il terreno, un verde lussureggiante di alte piante ne nasconde i contorni. Davanti un altarino, una scritta “La Dorada” , come uno dei tanti che ho visto durante questo lungo viaggio, ma da questo è stato sradicata l’immagine sacra che era stata collocata.
“Forse non saranno 2500 e neanche 2000, ma sono tanti, tanti, troppi i morti sepolti in questo lembo di terra” mi dice Francisco.
Qui è stato commesso un tremendo crimine all’umanità, ma Bogotà tace. Dovrebbero dare tante spiegazioni e trovare i colpevoli, ma a differenza di altre stragi qui la gente ha visto e sentito ed è in grado, avendo anche la volontà, di testimoniare.
Si sentivano talmente sicuri dell’impunità i massacratori, che tutto è stato fatto alla luce del sole.
Ripenso al furto subito in hotel; maliziosamente mi faccio persuaso che quel “ladro” attento, unicamente, al mio computer e alla mia macchina fotografica forse mirava proprio ad allontanare un giornalista italiano dal Putumayo. Le foto fatte dalla “macchinetta” fotografica rimediata in un centro commerciale di Cali, non saranno “griffate” ma comunque non sono male. Adesso ho pensiero di riportare il materiale a casa. Con Ricardo decido di entrare in Ecuador, passando quel confine che, scherzando, mi dicono sia ad un tiro di Kalashnikov.
Nel viaggio di appena un’ora, un concentrato dei segni della guerra: ponti distrutti, oleodotti e pozzi petroliferi fatti saltare in aria con il conseguente inquinamento di stagni e torrenti dell’unica acqua potabile. Ricardo e Luis decidono una deviazione: “Non puoi partire senza vedere Puerto Colon.” Ci fermiamo in un villaggio, solo militari e pochi superstiti.
“Puerto Colon – raccontano – è stato teatro di un sanguinoso conflitto a fuoco. I guerriglieri hanno attaccato di notte il commissariato di polizia dalla collina più alta, ma hanno sbagliato il tiro, mortai e razzi hanno colpito la popolazione civile inerme. Sono morte molte persone, il villaggio mostra ancora le ferite di quella “battaglia.” La gente vuole scappare, emigrare, vendere tutto per andare il più lontano possibile. La vostra gente (la Comunità Europea) ha mandato molti soldi per costruire nuove case in un nuovo villaggio, e, qualcuno ha pensato bene di costruirlo a cinquecento metri dal vecchio. Le case stanno lì incompiute, alla fine hanno avuto almeno la decenza di non terminarle.” Arriviamo al confine, un ponte attraversa il Rio San Miguel, ad est la Colombia, ad ovest l’Ecuador, dovrebbe essere il confine più controllato del mondo. E, mentre ti attendi nidi di mitragliatrice, carri armati e batterie di missili, visto che proprio qui passa il maggior quantitativo della coca Colombiana, per sentinella c’è solo una signora seduta in una bianca sedia da pic-nic, mantiene tesa una corda che allenta solo al passaggio dei mezzi autorizzati. Mi viene da ridere, e mi sovvengono Troisi e Benigni che in “Non ci resta che piangere”, attraversano e riattraversano per “un fiorino”, un confine virtuale in un tempo virtuale.
Certo, non può essere che virtuale il pensiero che il costosissimo “Plan Colombia” dei potentissimi USA, si materializzi ai miei occhi con una donna in sovrappeso che solleva ed abbassa una fune in un confine dove – dati, alla mano, per difetto – transita il cinquanta percento della cocaina mondiale. Attraversiamo il ponte facendoci strada tra i “carretti” di biciclette carichi di bombole di gas. Il gas in Ecuador è più “baratto”, qui transitano dalle quattro alle sei mila bombole al giorno.
Viavai di gas e non solo. Qui è facile celare quanti chili di “roba” si vuole, i controlli sono inesistenti nel confine barzelletta. E il momento dei saluti, passaporto alla mano, Ricardo mi tranquillizza e mi spiega che qui si passa senza documenti, nessun controllo: “fra dieci chilometri troverai un avamposto militare Ecuatoriano, spiegagli che per motivi di sicurezza vuoi attraversare il confine più a nord da Tulcan, loro capiranno e ti faranno passare.” Salendo sul taxi volgo un ultimo sguardo alla Colombia, un cenno con la testa per salutare gli amici ed avviarmi su una strada asfaltata, ultimo atto della mia visita Putumayo, il posto più “allucinante” della terra.

 

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