BASTA MONTI !!

BASTA MONTI !!

BASTA CON MONTI! I SONDAGGI PREMIANO CHI SI SMARCA DALLA GRANDE COALIZIONE
– GRILLO AL 20% e IDV AL 7,
E POI CI SONO LA DESTRA E LA LEGA – VENDOLA STRITOLATO DALL’ABBRACCIO MORTALE CON BERSANI E CASINI: CRESCE LA RIBELLIONE INTERNA – TONINO, LANDINI E IL “PATTO DEGLI ARROSTICINI”: SARA’ LA FIOM LA “CINGHIA DI TRASMISSIONE” NELLE FABBRICHE DEL “COMITATO DI LIBERAZIONE DA RIGOR MONTIS”?

di Marco Damilano per l’Espresso e da Dagospia


L’alleanza è stata conclusa mesi fa, nella casa molisana di Antonio Di Pietro, davanti a un piatto di arrosticini. Nessun problema per l’ex pm venuto dalle campagne intendersi con un altro personaggio di estrazione popolare, sudore e maglietta della salute sempre in vista sotto la camicia, il reggiano Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom, guida delle tute blu, la bestia nera di Sergio Marchionne.
Lo si è visto a Taranto, nei giorni del caso Ilva, quando Di Pietro e Landini hanno parlato lo stesso linguaggio. «Siamo con i lavoratori e con la magistratura», ha provato a disegnare la quadra il capo dell’Idv. «Difendiamo i posti di lavoro, ma mai faremo uno sciopero contro la magistratura», ha fatto eco il leader dei metalmeccanici. E ora che le elezioni sono davvero vicine il Patto degli arrosticini assomiglia a qualcosa di più di una semplice sintonia: l’embrione di un partito, destinato ad allargarsi.

Quelli che la Grande coalizione mai. Gli indignados di casa nostra: contro i partiti, il governo tecnico, l’Europa dello spread e della finanza. E contro il Quirinale di Giorgio Napolitano, accusato di voler guidare la transizione anche dopo il voto. Il partito dei No Monti. In crescita.
Gli ultimi sondaggi prima della pausa ferragostana quotano questa area stabilmente sopra il 25 per cento, più di un quarto dell’elettorato, con l’Idv intorno al 6-7 per cento e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che sfiora il 20. Nella rilevazione Ipsos datata 10 agosto tra i ceti produttivi la lista del comico genovese supera il 21,7 per cento, a un’inezia dal Pd (21,8).

Segno che nonostante i passi falsi della giunta Pizzarotti a Parma e le prime crepe tra militanti e eletti, l’appeal elettorale del logo grillino resta intatto. E che lo schieramento ostile al governo Monti sia in ascesa (senza contare, sul fianco destro, la Lega e la Destra di Francesco Storace) lo ha riconosciuto lo stesso premier al meeting di Rimini quando ha segnalato l’avanzata dei partiti no euro, e non sembrava riferirsi soltanto al resto del continente.
Per i partiti della strana maggioranza, il Pdl, l’Udc e soprattutto il Pd, è il convitato di pietra, l’ospite sgradito di qualsiasi discorso futuro: la legge elettorale, il nuovo Parlamento, le alleanze che verranno. E l’elezione del prossimo presidente della Repubblica.
Per ora è un fronte eterogeneo, liquido, in cui convivono tante cose contraddittorie. I frequentatori del blog di Grillo, gli arrabbiati contro la casta dei politici, con i comunicati del Leader che si fanno sempre più minacciosi («Il Movimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi…»).
I firmatari dell’appello del “Fatto quotidiano” di solidarietà con i giudici di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia (in testa il pm Antonio Ingroia) sotto attacco dopo il ricorso del Quirinale presso la Consulta sulle intercettazioni del presidente Napolitano con Nicola Mancino: 150 mila firme solo nella settimana di Ferragosto, intellettuali, artisti, giornalisti, tantissimi cittadini comuni, nessun politico.

Ma anche i metalmeccanici della Fiom. I professori che lavorano per dare vita a un soggetto politico sotto la bandiera dei Beni comuni con il nome di Alba (Marco Revelli, Paul Ginsborg, Ugo Mattei). Di Pietro e i suoi, unica opposizione parlamentare a Monti (oltre al Carroccio). Ma nella polemica contro l’accordo tra Pd-Pdl-Udc rientrano anche figure importanti del Pd, come il fondatore dell’Ulivo Arturo Parisi.
“Il partito della Costituzione”, lo ha definito qualcuno. E c’è già chi si esercita sui nomi dei possibili leader. «E se fosse il pm di Palermo Antonio Ingroia il candidato premier di 5 Stelle, Idv e di qualcun altro ancora?», si è chiesto ad esempio via twitter l’ex presidente della Rai Claudio Petruccioli alludendo al presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky che su “Repubblica” ha criticato l’iniziativa del Quirinale contro la Procura di Palermo. «Una minchiata», gli hanno risposto (sempre su twitter). Ma intanto il dubbio è stato lanciato.
Alleanze mobili, rimescolamento di carte a sinistra. L’intesa tra Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola di un mese fa sembrava mettere a rischio la sopravvivenza di Idv, già minacciato dalla concorrenza grillina. Invece ha aperto sorprendenti spazi di manovra. «Nichi ha firmato l’annessione di Sel da parte di Bersani. E l’unica forza in campo non subalterna alla destra montiana diventa l’Idv di Di Pietro».

Parola di un insospettabile, il direttore di “Altri” Piero Sansonetti, storica voce della sinistra radicale e garantista doc, feroce critico del protagonismo politico delle toghe. «Sì, sono contro il manettarismo. Ma Di Pietro è rimasto l’unica forza cui la sinistra possa guardare». Nel partito di Vendola, manco a dirlo, si è aperto il dibattito. Con il consigliere regionale lombardo Giulio Cavalli in rivolta contro Vendola: «Il voto utile in salsa postveltroniana non ci interessa. Qualcuno alzi la voce per chiedere l’unità della sinistra con la parte (di sinistra) del Pd, con Fds, Verdi e Idv».
E poi c’è la Sicilia: in vista delle elezioni regionali di autunno (la prova generale delle politiche) Sel e Idv potrebbero ritrovarsi ad appoggiare Claudio Fava contro il candidato del Pd-Udc Rosario Crocetta. Ingroia? Corteggiatissimo, da più parti: anche Fabio Granata di Fli gli ha chiesto di candidarsi, ottenendone un rifiuto. A Vasto, un anno fa, fu scattata la foto dell’alleanza Bersani-Vendola-Di Pietro, destinata a trasformarsi in un tormentone e infine stracciata dai contraenti.

A fine settembre l’ex pm scatterà la nuova istantanea. Nel manifesto della festa di Idv Di Pietro figura in mezzo a una riedizione del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, lui con la giacca sulle spalle, accanto un operaio con il casco in testa, una mamma con figlia, alle spalle una coppia gay. Sul palco sarà con il leader della Fiom Landini e con il vice-presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.
Per Tonino è lo sbocco di una strategia che va avanti da anni, oltre trecento assemblee con gli operai davanti alle fabbriche, da Nord a Sud.«Il governo Monti è un fallimento, il premier fa come Berlusconi, si rivende che siamo fuori dalla crisi», spiega l’ambasciatore dipietrista presso la classe operaia Maurizio Zipponi, ex Fiom. «Noi siamo un partito nuovo, la parola sinistra non parla più ai lavoratori, al ceto medio impoverito».
Ma anche Landini sta pilotando la sua organizzazione fuori dal recinto sindacale: all’ultimo incontro della Fiom in un albergo romano c’erano anche intellettuali come Stefano Rodotà e Paolo Flores D’Arcais, applauditissimi. Il leader non intende entrare in politica ma chiede «una rappresentanza per il mondo del lavoro» e tesse la tela a tutto campo. Alla festa della Fiom di Torino ci sarà Maurizio Pallante, fondatore del movimento per la Decrescita felice (più anti-montiano di così!), indicato da Grillo come il professore che deve svelare i segreti delle macchine amministrative ai consiglieri comunali eletti con 5 Stelle.

Grillo è il potenziale leader dello schieramento No Monti. «Con Di Pietro si sono parlati, c’è un accordo di non belligeranza, non spararsi addosso», raccontano, «anche perché i due crescono insieme nei sondaggi».Marceranno divisi, giurano, non ci sarà nessuna lista unitaria dei No-Monti alle elezioni. Ma tutto può cambiare, e rapidamente: con una riforma elettorale per andare al voto in autunno che premi i partiti di governo e penalizzi le forze anti-sistema.
Oppure con una richiesta di aiuto dell’Italia all’Europa che renderebbe indispensabile il proseguimento della grande coalizione che regge il governo Monti. «Né Grillo né Di Pietro sono sprovveduti: l’esigenza di fare qualcosa insieme diventerebbe irrefrenabile», ragiona chi li conosce bene. Obiettivo: mettere su un fronte che alle elezioni potrebbe valere 150-160 deputati e 80 senatori.
Una forza in grado di condizionare il Parlamento appena eletto quando si tratterà di prendere le decisioni più importanti, all’inizio della legislatura: il nuovo governo e il successore di Napolitano al Quirinale. Pro o contro Monti, pro o contro le euro-ricette, pro o contro il presidenzialismo di fatto che ha caratterizzato l’ultima fase del settennato di Napolitano: da queste scelte passerà il bipolarismo prossimo venturo.
 

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