Questi politici hanno solo fame

di Marco Damilano
«La seconda Repubblica è fondata su onorevoli e dirigenti arrivati al potere senza selezione e con una sola idea: far carriera e guadagnare tanti soldi». Parla il sociologo Giuseppe De Rita

Siamo nella fase della betoniera. E c’è solo da sperare, con un po’ di cinismo, che alla fine succeda anche in Italia quello che avvenne negli Stati Uniti, con le grandi famiglie politiche che sono nate sul traffico degli alcolici…». Giuseppe De Rita, 80 anni, fondatore del Censis, commenta le cronache di questi giorni. A vedere le foto del toga party con gli invitati mascherati da maiali sembra di sfogliare le tante immagini prodotte dall’interprete della società italiana nei suoi rapporti degli ultimi venti anni: l’individualismo sfrenato, il disastro antropologico, l’eclissi della borghesia, la mucillagine, la poltiglia… «Ci metteremo almeno quindici anni a ricostruire qualcosa dopo questo dissolvimento».

Già nel 2002 in “Il regno inerme”, a proposito di classi dirigenti, lei parlava di un «paesaggio desolato». Quando è partito il vuoto morale e politico?
«Sul piano istituzionale noi abbiamo fatto un gravissimo errore quando abbiamo dato maggiori poteri alle Regioni, fondando non uno Stato delle autonomie ma un federalismo dall’alto con la verticalizzazione del potere rappresentata dai governatori. Nessuno di noi all’inizio degli anni Settanta pensava a una decadenza così forte. Per paura della Lega e della secessione di Umberto Bossi il sistema romano ha offerto come risposta questo federalismo puntato sulle Regioni. Si sono scomodate grandi parole per nobilitare un processo senza controlli».

Risultato?
«Le Regioni sono la zona buia della politica in cui ciascuno fa il comodo proprio. Con in più il potere incentrato sulla figura del governatore che aggrava la situazione. Perché il troppo potere nella zona buia significa che o il governatore non riesce a controllare quanto avviene oppure è connivente. Si sente il padrone del mondo, ma poi nei fatti si ritrova a trattare con i Daccò in Lombardia o con gli Abruzzese e i Fiorito nel Lazio. La Polverini si è trovata di fronte a una manica di consiglieri da accontentare e si è scelta la strada più rapida per assimilarli: si sono distribuiti i soldi al consiglio regionale. Non è il metodo Scilipoti ma poco ci manca. Non è una vendita, è un comprare direttamente. Soltanto in pochi sono riusciti a fare sistema nelle regioni, ma quando il 70 per cento delle risorse se ne va in sanità vuol dire che le regioni non fanno altro. Resta un assembramento di liste di persone che fanno dell’essere consigliere una professione. E che per continuare a farlo hanno bisogno di soldi, molti soldi. Il decisionismo, la verticalizzazione, la personalizzazione hanno portato alla centralità dei soldi. Cherchez l’argent: chi ha i soldi si organizza la carriera in proprio, chi non ce li ha si aggrappa alla mano pubblica. L’Affarpolitica di cui parlava anni fa Adolfo Beria di Argentine».

Non è sempre stato cosi? Anche la Prima Repubblica si fondava sui politici di professione…
«Ricordo che nel ’76 il cardinale Ugo Poletti convocò me e Vittorio Bachelet e ci chiese di candidarci nella Dc per il Campidoglio. Giulio Andreotti faceva il capolista, io e lui i numeri due e tre, uno di noi avrebbe fatto il sindaco. Non ci vide particolarmente entuasiasti, allora ci richiamò all’obbedienza. Io gli risposi: “Cardina’, manco per l’obbedienza”. Bachelet invece obbedì, si candidò e arrivò al diciottesimo posto, superato da oscuri democristiani che difendevano la loro posizione».

Qual è la differenza tra loro e Batman?
«Oggi questi qui arrivano senza nessuna selezione, in alcuni casi collocati in un listino senza prendere un voto, gli vengono regalati stipendio e vitalizio… Non hanno fatto le Frattocchie, non hanno frequentato l’Azione cattolica, ma chissenefrega, pensano, abbiamo il potere».

Chi sono Fiorito e i suoi fratelli?
«Personaggi che hanno dentro di sé il Dna, lo stigma del parvenu, nel senso tecnico del termine, vengono dal nulla. Pietrangelo Buttafuoco ha scritto che erano i marginali del Msi, di An. Si sono dati una riverniciata, ma nel cuore sono rimasti marginali. E nella Seconda Repubblica questo è avvenuto almeno in tre casi. La prima ondata furono i leghisti, all’inizio degli anni Novanta: arrivarono dalle vallate, conquistarono il governo nazionale e Bossi pensò che si potesse fare tutto, compreso incoronare il figlio. Lo stesso, in modo più patinato, ha fatto il berlusconismo, la seconda ondata: le donne soprattutto, in un mondo ordinato ben che vada sarebbero rimaste funzionarie di Publitalia, poi è arrivata la rivoluzione berlusconiana e le varie Nicole Minetti, la più appariscente della categoria. Non avevano il fuoco della politica, la politica restava delegata al Grande Capo, toccava a lui con le sue imprese conquistare il potere e regalarlo ai suoi. Infine, sono arrivati i marginali del post-fascismo: gli affamati amici di Alemanno. Lui è di buona volontà ma è circondato dai capipopolo. Risultato: vent’anni hanno consegnato a gruppi di marginali l’illusione di diventare borghesi. Un populismo riverniciato da neo-borghesia. La nuova arroganza del potere».

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