Grillo è al 18 per cento

di Adriano Botta
I dati choc del Barometro politico di Demopolis: i tre partiti che sostengono Monti (Pd, Pdl e Udc) insieme  non raggiungono la metà dei consensi, mentre il M5S è ormai saldamente seconda forza, due punti sopra Berlusconi. Cresce ancora l’astensione, crolla al 3 per cento la fiducia nei partiti. Spariti dai monitor Fini e Rutelli

Crolla al 3 per cento la fiducia degli italiani nei partiti politici: il dato, rilevato dal Barometro Politico di ottobre dell’Istituto Demopolis, rappresenta il valore più basso mai registrato negli ultimi trent’anni di analisi dell’opinione pubblica del Paese.

«Gli scandali delle ultime settimane», spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento, «sembrano aver cancellato la residua fiducia dei cittadini: ad apparire in crisi è ormai la legittimazione stessa della classe politica. La crescente insofferenza degli italiani verso i partiti che hanno governato il Paese negli ultimi anni sta determinando un netto incremento non soltanto dell’astensione (oggi al 32 per cento), ma anche di quanti non saprebbero oggi per chi votare: si tratta di elettori, prevalentemente dell’area moderata, in cerca di rappresentanza, di nuove valide ragioni per tornare alle urne».

Ecco comunque l’andamento dell’indice della fiducia degli italiani nei partiti: come si vede, ormai tende verso lo zero. Se si votasse oggi per le Politiche, secondo l’analisi dell’Istituto Demopolis, il Partito Democratico otterrebbe il 26 per cento, confermandosi primo partito nel Paese e staccando di dieci punti percentuali il Pdl che, con un elettorato profondamente disorientato, si fermerebbe al 16. 

Il Movimento 5 Stelle di Grillo, con il 18 per cento, diviene oggi, virtualmente, la seconda forza politica del Paese. Si rafforzano leggermente l’Udc di Casini, all’8 per cento, e la Lega di Maroni, al 5,5.

Appare in ripresa Sinistre ecologia e libertà, il partito di Nichi Vendola, che si attesta, come l’IdV, tra il 6 ed il 7.

Tra i dati più interessanti, quello che riguarda la maggioranza di governo: i partiti che sostengono Monti (Pdl, Pd e Udc) messi insieme al momento stanno (seppur di pochissimo) sotto il 50 per cento. Un po’ poco per un esecutivo che si professa ‘di larghe intese’ e che gode in Parlamento di una maggioranza ‘bulgara’.

Significativo è anche il dato che riguarda l’area più critica verso Monti, cioè quella di Movimento 5 Stelle, Italia dei Valori e Sel, che insieme starebbero attorno al 30 per cento e costituirebbero il primo ‘partito’ (ma, com’è noto, un’alleanza tra questi tre soggetti è al momento esclusa).

Sotto il 3 per cento, per il momento, tutti gli altri. Notevole il crollo di Fini, il cui partito ormai è al 2,8. Completamente sparita da monitor l’Api di Rutelli e Tabacci.

Le elezioni regionali in Sicilia del 28 ottobre prossimo faranno comunque da ‘laboratorio’ in vista delle Politiche della primavera 2013.


Nota metodologica
L’indagine è stata condotta dall’Istituto Nazionale di Ricerche Demòpolis dal 7 al 10 ottobre 2012, su un campione di 1.206 intervistati, rappresentativo dell’universo dei cittadini maggiorenni residenti in Italia, stratificato per genere, età ed area geografica di residenza. Direzione e coordinamento del Barometro Politico Demopolis a cura di Pietro Vento, con la collaborazione di Maria Sabrina Titone. Contributo di Giusy Montalbano; supervisione della rilevazione demoscopica integrata cati-cawi di Marco E. Tabacchi. Approfondimenti su www.demopolis.it

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Elettori in libertà: 14 milioni
di Marco Damilano
Quasi il 40 per cento degli italiani maggiorenni non si riconosce più in nessun partito. Un immenso esercito di ‘indecisi’ che rende abbastanza inutili gli attuali sondaggi. E che può creare grosse sorprese di qui al 2013

Siamo vincoli o sparpagliati?, si chiedeva negli anni Sessanta Peppino De Filippo, il Pappagone televisivo. Il piccolo schermo era in bianco e nero, il mondo era diviso a metà, di qua o di là del Muro, l’Italia con il partito comunista più grande d’Occidente non faceva eccezione, anzi. Arrivò la tv a colori e poi la Seconda Repubblica, al muro di Berlino si sostituì il muro di Berlusconi, lo spettacolo non è cambiato: pro o anti Silvio, per vent’anni le tribù della politica si sono scontrate così. Fino al 9 novembre 2011. Quando il muro di B. è caduto e ha lasciato il posto al governo di Mario Monti. E i due popoli che erano uniti, vincoli, nei loro accampamenti, si sono sparpagliati.

Quattordici milioni. E’ il numero di potenziali votanti in transumanza dalle loro tradizionali appartenenze, destra, sinistra, centro, in cerca di casa politica. Berlusconiani delusi, militanti del centrosinistra in uscita, tentati dall’astensione, indecisi. Il 40 per cento del corpo elettorale (alle ultime consultazioni, nel 2008, votarono 38 milioni di italiani). Elettori indignati, nauseati, furibondi per gli scandali, ultimo caso la mangiatoia dei consigli regionali. Sempre meno propensi a votare per il loro partito tradizionale o semplicemente a tornare alle urne. Voti nomadi, che abbandonano le vecchie frontiere per lanciarsi verso nuove terre promesse. Gli Sparpagliati: saranno loro a fare la differenza: nelle primarie del centrosinistra e poi nel voto del 2013.

Indipendenti, li chiama con il distacco dello scienziato il politologo Roberto D’Alimonte, studioso di sistemi elettorali. «Negli Stati Uniti sono definiti così gli elettori che non si schierano né con i democratici né con i repubblicani. In Italia sarebbe meglio parlare di elettori disponibili, ma c’è il rischio di essere fraintesi», spiega l’editorialista del “Sole 24 Ore” con il pensiero rivolto ai tanti Scilipoti disposti a tutto. «Il primo grande disallineamento dell’elettorato italiano c’è stato quando dopo l’89, scomparso il pericolo comunista, una parte dell’elettorato del Nord si spostò dalla Dc alla Lega che ottenne nei primi anni Novanta il suo massimo storico. Ora c’è un nuovo scongelamento, il crollo di Berlusconi ha liberato un’area disponibile a scegliere qualcosa di nuovo. Ma gli indipendenti sono anche nel campo democratico. Il Pd è nei sondaggi il partito più grande con il suo 26-28 per cento, ma è un consenso misurato sulla metà degli intervistati che dichiarano di voler andare a votare».

La prima scossa c’è stata alle elezioni amministrative di primavera, quando il crollo del Pdl, la sconfitta della Lega nelle sue tradizionali roccaforti e l’ascesa del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo hanno rivoluzionato la geografia politica. Risultato: lo spaesamento. Mappe da riscrivere, bussole impazzite. E lo sconvolgimento è appena all’inizio. «Nel Lazio rischiamo di ripetere in grande il caso Parma», spiega ad esempio il senatore del Pdl Andrea Augello. «Lì il Pdl fu spazzato via dagli scandali, il Pd pensò di vincere facile per assenza di avversario. E invece ha vinto Grillo». E in vista del 2013, i leader di sempre sono impegnati a indossare un abito nuovo. Al centro c’è la coppia formata da Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, entrambi in Parlamento dal 1983, che si propone come alfiere del Monti bis: la riproposizione dopo il 2013 di un governo guidato dall’attuale premier, in testa in tutti i sondaggi di gradimento e in crescita nelle ultime settimane, sostenuto da una lista che rivendica il suo programma.

Il tentativo di colmare il vuoto provocato tra i moderati dal crollo del berlusconismo, simboleggiato plasticamente dal pubblico che accorre agli eventi dei leader centristi, i Mille di Fini ad Arezzo, il raduno dell’Udc a Chianciano: poche facce note, platee anonime selezionate per dare l’impressione di una società civile disposta a impegnarsi, facce e giacche tipiche di un convegno di rappresentanti di categoria più che di una kermesse politica. La stessa tipologia sfoggiata dalla Lega di Roberto Maroni al Lingotto di Torino. E che affollerà i prossimi appuntamenti: l’assemblea di Riccione del nuovo movimento di Giulio Tremonti, la convention di Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo. Cinquanta sfumature di grigio, con l’illusione di mimetizzare i precedenti fallimenti politici e di intercettare la voglia di montismo. «Ma il gradimento di Monti va al di là del suo governo», spiega Roberto Weber, presidente della Swg. «Un conto è Monti, altro è il profilo di quelli che vorrebbero richiamarsi al montismo: Casini, Fini, Corrado Passera… Non sarà facile per loro vendere il prodotto Monti senza la certificazione del Professore». «La lista Monti sarebbe un’offerta politica nuova, ma non si può fare con il trucco. E non ci sarà», prevede D’Alimonte.

E dunque, in assenza di Monti, l’elettore spaesato e sparpagliato guarda con curiosità al big match nel campo democratico: le primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra, la gara tra Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola, Bruno Tabacci e soprattutto il sindaco rottamatore Matteo Renzi. Con il Pdl in via di scioglimento (quotato 15 per cento dopo lo scandalo Fiorito, a rischio scissione tra ex forzisti e ex An), è nei gazebo del Pd che possono formarsi i nuovi schieramenti, mescolarsi i vecchi popoli, come i tedeschi dell’Est e quelli dell’Ovest dopo la caduta del muro di Berlino. Per la prima volta nel Pd si è fatta drammatica la battaglia sulle regole delle primarie, con il tentativo della dirigenza bersaniana del partito di limitare la possibilità di voto agli elettori del centrosinistra. Albi degli elettori, raccolte di firme, primo e secondo turno, obbligo di registrazione on line. Obiettivo: impedire che la partecipazione alle primarie di ex elettori del Pdl condizionino il risultato, a favore dello sfidante, il sindaco Renzi, che in tutte le piazze d’Italia invita esplicitamente gli ex berlusconiani ad affollare i gazebo del Pd, a sconfinare nelle primarie del centrosinistra. Un corteggiamento che sta producendo il suo effetto. «Voterò alle primarie della sinistra e darò la mia preferenza a Renzi. E lo farò anche se dovrò recarmi in qualche sezione di partito per iscrivermi in qualche albo», ha scritto sul “Foglio” la politologa Sofia Ventura, intellettuale liberale, che in realtà berlusconiana non è mai stata. Il prototipo dell’elettrice indipendente. Eppure, racconta la studiosa, «su Twitter sono piovuti gli insulti di alcuni militanti e perfino di qualche dirigente del Pd: avamposto delle truppe cammellate della destra, ghost writer di Fini, berlusconiana, fascista… Hanno scritto che non era legittimo che il mio voto, che non viene da sinistra, contasse quanto il loro, che sono nel partito da sempre».

Una reazione benedetta dal quotidiano del Pd.«Ogni soggetto politico, dinanzi a manovre di sabotaggio, deve aggrapparsi all’istinto di sopravvivenza. Ogni campo ha il diritto di organizzare i suoi confini identitari senza incursioni corsare», ha tuonato su “L’Unità” Michele Prospero. Campo, perimetro, confine, nel Pd si sprecano le metafore per segnalare la preoccupazione di tenere unite le truppe al riparo dalle invasioni avversarie. «La nostra gente», la chiama Bersani. Matteo Orfini, leader dei giovani turchi post-comunisti, la butta sul teologico. «Extra ecclesiam nulla salus», ha dettato sul “Manifesto”, come se il Pd fosse una chiesa. «Ma è proprio questo il problema», reagisce Weber. «Il Pd di Bersani esprime un voto di conservazione dell’esistente, ma è incapace di uscire dal suo recinto, non travalica, non recupera gli italiani “anomici” che esprimono una richiesta di cambiamento radicale. E senza intercettare quei voti lì non si vince». Chi potrebbe farlo? «Monti, se fosse protagonista in prima persona», risponde Weber. «Quella di Casini e Fini è un’operazione di basso profilo: vorrebbero che Monti ci mettesse la faccia, loro portano i parlamentari», concorda Sofia Ventura. «La gente non vuole più vedere le solite facce. E le novità per ora sono Renzi e Grillo», conclude D’Alimonte. In attesa di nuovi arrivati, sono loro i campioni di questa inedita, irriconoscibile Italia elettorale senza frontiere. Sparpagliata.

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Questi politici hanno solo fame
di Marco Damilano
«La seconda Repubblica è fondata su onorevoli e dirigenti arrivati al potere senza selezione e con una sola idea: far carriera e guadagnare tanti soldi». Parla il sociologo Giuseppe De Rita

«Siamo nella fase della betoniera. E c’è solo da sperare, con un po’ di cinismo, che alla fine succeda anche in Italia quello che avvenne negli Stati Uniti, con le grandi famiglie politiche che sono nate sul traffico degli alcolici…». Giuseppe De Rita, 80 anni, fondatore del Censis, commenta le cronache di questi giorni. A vedere le foto del toga party con gli invitati mascherati da maiali sembra di sfogliare le tante immagini prodotte dall’interprete della società italiana nei suoi rapporti degli ultimi venti anni: l’individualismo sfrenato, il disastro antropologico, l’eclissi della borghesia, la mucillagine, la poltiglia… «Ci metteremo almeno quindici anni a ricostruire qualcosa dopo questo dissolvimento».

Già nel 2002 in “Il regno inerme”, a proposito di classi dirigenti, lei parlava di un «paesaggio desolato». Quando è partito il vuoto morale e politico?
«Sul piano istituzionale noi abbiamo fatto un gravissimo errore quando abbiamo dato maggiori poteri alle Regioni, fondando non uno Stato delle autonomie ma un federalismo dall’alto con la verticalizzazione del potere rappresentata dai governatori. Nessuno di noi all’inizio degli anni Settanta pensava a una decadenza così forte. Per paura della Lega e della secessione di Umberto Bossi il sistema romano ha offerto come risposta questo federalismo puntato sulle Regioni. Si sono scomodate grandi parole per nobilitare un processo senza controlli».

Risultato?
«Le Regioni sono la zona buia della politica in cui ciascuno fa il comodo proprio. Con in più il potere incentrato sulla figura del governatore che aggrava la situazione. Perché il troppo potere nella zona buia significa che o il governatore non riesce a controllare quanto avviene oppure è connivente. Si sente il padrone del mondo, ma poi nei fatti si ritrova a trattare con i Daccò in Lombardia o con gli Abruzzese e i Fiorito nel Lazio. La Polverini si è trovata di fronte a una manica di consiglieri da accontentare e si è scelta la strada più rapida per assimilarli: si sono distribuiti i soldi al consiglio regionale. Non è il metodo Scilipoti ma poco ci manca. Non è una vendita, è un comprare direttamente. Soltanto in pochi sono riusciti a fare sistema nelle regioni, ma quando il 70 per cento delle risorse se ne va in sanità vuol dire che le regioni non fanno altro. Resta un assembramento di liste di persone che fanno dell’essere consigliere una professione. E che per continuare a farlo hanno bisogno di soldi, molti soldi. Il decisionismo, la verticalizzazione, la personalizzazione hanno portato alla centralità dei soldi. Cherchez l’argent: chi ha i soldi si organizza la carriera in proprio, chi non ce li ha si aggrappa alla mano pubblica. L’Affarpolitica di cui parlava anni fa Adolfo Beria di Argentine».

Non è sempre stato cosi? Anche la Prima Repubblica si fondava sui politici di professione…
«Ricordo che nel ’76 il cardinale Ugo Poletti convocò me e Vittorio Bachelet e ci chiese di candidarci nella Dc per il Campidoglio. Giulio Andreotti faceva il capolista, io e lui i numeri due e tre, uno di noi avrebbe fatto il sindaco. Non ci vide particolarmente entuasiasti, allora ci richiamò all’obbedienza. Io gli risposi: “Cardina’, manco per l’obbedienza”. Bachelet invece obbedì, si candidò e arrivò al diciottesimo posto, superato da oscuri democristiani che difendevano la loro posizione».

Qual è la differenza tra loro e Batman?
«Oggi questi qui arrivano senza nessuna selezione, in alcuni casi collocati in un listino senza prendere un voto, gli vengono regalati stipendio e vitalizio… Non hanno fatto le Frattocchie, non hanno frequentato l’Azione cattolica, ma chissenefrega, pensano, abbiamo il potere».

Chi sono Fiorito e i suoi fratelli?
«Personaggi che hanno dentro di sé il Dna, lo stigma del parvenu, nel senso tecnico del termine, vengono dal nulla. Pietrangelo Buttafuoco ha scritto che erano i marginali del Msi, di An. Si sono dati una riverniciata, ma nel cuore sono rimasti marginali. E nella Seconda Repubblica questo è avvenuto almeno in tre casi. La prima ondata furono i leghisti, all’inizio degli anni Novanta: arrivarono dalle vallate, conquistarono il governo nazionale e Bossi pensò che si potesse fare tutto, compreso incoronare il figlio. Lo stesso, in modo più patinato, ha fatto il berlusconismo, la seconda ondata: le donne soprattutto, in un mondo ordinato ben che vada sarebbero rimaste funzionarie di Publitalia, poi è arrivata la rivoluzione berlusconiana e le varie Nicole Minetti, la più appariscente della categoria. Non avevano il fuoco della politica, la politica restava delegata al Grande Capo, toccava a lui con le sue imprese conquistare il potere e regalarlo ai suoi. Infine, sono arrivati i marginali del post-fascismo: gli affamati amici di Alemanno. Lui è di buona volontà ma è circondato dai capipopolo. Risultato: vent’anni hanno consegnato a gruppi di marginali l’illusione di diventare borghesi. Un populismo riverniciato da neo-borghesia. La nuova arroganza del potere».

Però i partecipanti dell’Ulisse-party non sono parvenu, sono i figli della classe dirigente. Medici, avvocati, professionisti, giornalisti, la tanto decantata società civile, la mitica Roma Nord…
«Sì, ma anche il figlio di papà ha ritenuto che la politica fosse la strada più comoda e rapida per emergere. No, mi creda, quella è la festa di chi è arrivato tardi e ora vuole tutto e subito. Ed è per questo che un personaggio come Fiorito diventa una grande figura: grazie alla politica e ai soldi. Questi della festa lo vedevano e pensavano: “Ahò, mica male…”».

Le Regioni sono state una grande speranza, ora un giurista come Michele Ainis quasi ne invoca l’abrogazione. Cosa si può fare per rimediare?
«Solo Monti potrebbe fare qualcosa, ma un governo che ha già fatto approvare decine di decreti a colpi di fiducia non può fare per decreto anche una riforma costituzionale. Per ricostruire un impianto istituzionale degno di questo nome serviranno dieci-quindici anni, se va bene».

Per ricostruire la classe politica serve il tutti a casa?
«Siamo nella betoniera: è il momento di macinare tutto. E sperare, chissà, che succeda a noi quello che accadde negli Stati Uniti, quando dai commerci della droga e dell’alcol sono nate le grandi famiglie del capitalismo e della politica».

Fino a pochi giorni fa i leader di partito ripetevano: dopo Monti con le elezioni del 2013 tornerà la politica. Si illudono?
«E’ difficile che rinasca la politica come l’abbiamo conosciuta, quella che arrivava in alto e poi riscendeva. De Gasperi volava a Washington, il cuore dell’Impero stava lì, poi rientrava a Roma e costruiva consenso. I dirigenti del Pci andavano a Mosca, ma poi tornavano nella sezione di via dei Giubbonari a fare l’assemblea con i compagni. I politici erano interpreti di collegamento tra i centri decisionali e la società. Oggi le decisioni si prendono altrove: le banche, l’Europa, l’asse Merkel-Hollande… Solo il professor Mario Monti e il dottor Mario Draghi partecipano della sovranità. E non c’è più nessun rapporto tra i due livelli: Monti va a New York, non può occuparsi della Calabria. Il potere vola in alto, il resto rimane in basso, nella zona buia. E tutti gli altri, i cosiddetti leader, non decidono nulla, non hanno una base di riferimento. Puntano sulla personalizzazione di se stessi, tutto sull’immagine e nulla sulla sostanza. Vivono delle campagne mediatiche e degli ingenti finanziamenti che servono per farle».

Vale per tutti i partiti? Anche per il Pd?
«Ha letto la Carta di intenti? Sono linee a dir poco generiche, ciascuno di noi l’avrebbe potuto scrivere…».

Lei ha scritto che Monti non basta: bisogna armare il fronte interno di «emozioni collettive»: una nuova vitalità di idee e di classi dirigenti. La parola d’ordine della rottamazione le sembra utile?
«Sì, se è un modo per chiamare una generazione alla battaglia. Renzi lo conosco poco. A Firenze quando ha vinto le primarie è stato di una bravura straordinaria, ha sconfitto un gruppo di vecchi stalinisti che non avevano capito nulla. Non si può escludere che adesso succeda la stessa cosa a livello nazionale. Bersani lo ha capito, altri, anche i più autorevoli, sembrano ripetere l’errore. Ma il cambiamento potrà arrivare solo da un leader che si è già affermato. Se Renzi vince le primarie la sua battaglia comincia, non finisce».

L’antipolitica di Beppe Grillo è una risposta?
«Grillo è come Craxi. Ripete il circuito innescato da Bettino negli anni Ottanta: personalizzazione, visibilità su tutti i media, soldi. Perché anche la Rete non sfugge a questa regola: per contare, per influenzare servono i soldi».

Il regista Enrico Vanzina ha scritto che il cinema è arrivato prima della sociologia. Per raccontare l’Italia di questi anni non servirà De Rita, basterà De Sica?
«Il disastro antropologico l’avevo capito. Ma le feste no, non le avevo immaginate. Per arrivare alla Repubblica Cafonal serviva la fantasia di un artista».

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Ma loro non si tagliano mai
di Massimo Riva
A furor di popolo il Parlamento riduce i consiglieri regionali. Invece la norma che doveva diminuire le poltrone di Camera e Senato è stata infilata nelle ‘riforme costituzionali’. In modo da non approvarla (e farla decadere)

Anche sui letamai talvolta nascono fiori. Dalla vicenda delle scandalose spese delle Regioni, per esempio, sta spuntando un sussulto di ravvedimento che dovrebbe dare tagli significativi ai costi smodati della politica domestica. Sono stati gli stessi presidenti degli enti locali, infatti, a chiedere che si riduca di qualche centinaio di poltrone l’esorbitante numero dei circa 1.100 consiglieri regionali attuali. I cosiddetti governatori avrebbero fatto miglior figura se si fossero dati una mossa prima che montasse la furiosa ondata di sdegno popolare. Resta il fatto positivo che a breve – dato che s’intende procedere per decreto-legge – una discreta sforbiciata dovrebbe cadere su almeno un versante della inutilmente pletorica rappresentanza politica a livello locale.

IL PAESE RISCHIA, però, di assistere a uno spettacolo davvero paradossale. Quello di deputati e senatori pronti a convertire in legge il provvedimento che taglia il numero delle poltrone regionali senza aver fatto nulla per quanto riguarda la riduzione delle rispettive e non meno sovrabbondanti assemblee. Impegno che da anni viene proclamato da ogni parte politica come passo indispensabile sia per rendere più funzionale il lavoro di Camera e Senato sia per offrire un responsabile contributo al contenimento della spesa pubblica. Ma anche impegno che poi risulta sistematicamente disatteso in un turbinio di astuzie tattiche e di alibi procedurali il cui fine inconfessato è di tenere la questione su un binario morto.

La prova di queste cattive intenzioni è data da quanto accaduto nel corso dell’ultimo tentativo di far pronunciare il Parlamento in materia. Vero è che, prima della pausa estiva, il Senato ha votato una modesta riduzione dei membri della Camera dagli attuali 630 a 500. Ma è altrettanto vero che questa ipotesi è inserita in un disegno di legge di riforma costituzionale che prospetta addirittura il passaggio a una repubblica semi-presidenziale. Cosicché proponendo un tanto radicale stravolgimento dell’attuale sistema politico mai si potrà raggiungere in questo Parlamento la maggioranza qualificata di voti necessaria per rendere esecutiva la modifica. A inventarsi la furbata di porre il taglio dei parlamentari sotto il cappello impraticabile del semipresidenzialismo sono stati i senatori della vecchia maggioranza Pdl-Lega. E non si racconti la balla che si sia trattato di un errore in buona fede. In materia leghisti e berlusconiani sono recidivi avendo già messo in scena in passato un’identica farsa con un’altra analoga riforma che, unendo la riduzione dei parlamentari a indigeribili modifiche radicali del sistema politico, ha subìto un inevitabile rigetto nel referendum popolare.

DATI SIMILI PRECEDENTI,oggi sarebbe indecoroso agli occhi del paese che il Parlamento votasse la sforbiciata dei consigli regionali, ma non quella delle proprie assemblee. Anche perché questa riduzione darebbe un contributo importante alla “spending review” del bilancio pubblico in quanto un numero minore di parlamentari produrrebbe a cascata anche importanti risparmi in termini di spesa per assistenti, personale strapagato delle Camere nonché per affitti di immobili non più necessari. In breve arco di anni: miliardi, non milioni. Certo ora siamo al mese di ottobre e il tempo stringe perché, essendo materia costituzionale, il taglio dei parlamentari richiede un doppio voto di entrambe le Camere a distanza di 90 giorni l’uno dall’altro. Ma sol che lo si voglia la soluzione del problema è praticabile prima della fine della legislatura. Si tratta di stralciare il tema da altre e del tutto pretestuose ambizioni di riforma del sistema costituzionale per operare un primo voto a Montecitorio e Palazzo Madama entro ottobre in modo da chiudere la partita a gennaio. La riduzione dei parlamentari è la prima e più utile delle riforme elettorali anche al fine di scongiurare la temuta ingovernabilità da frammentazione della rappresentanza politica. Una parola autorevole del Quirinale non guasterebbe.

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Se i ladri chiedono onestà
di Marco Travaglio
Uno degli aspetti più grotteschi di questo periodo sono le dichiarazioni con cui i politici indagati o coinvolti in scandali invocano trasparenza, sobrietà e rinnovamento

Una delle rubriche più fortunate di “Cuore” s’intitolava “Hanno la faccia come il culo”. Poi purtroppo il settimanale satirico fondato da Michele Serra chiuse i battenti: ormai la realtà superava la fantasia. Oggi quella rubrica occuperebbe l’intero giornale, per eccesso di fornitori. Renata Polverini si dimette per le ruberie di vari consiglieri della Lista Polverini che sostengono la giunta Polverini, e tappezza Roma di manifesti: “Questi li mando a casa io”, come se glieli avesse prescritti il medico curante. Il suo collega lombardo Roberto Formigoni, indagato per corruzione e finanziamento illecito come già – per questi o altri reati – altri 12 consiglieri regionali, non solo non si dimette: ma vibra di sdegno per gli scandali (altrui) e propone di «abolire le regioni», come se la colpa fosse delle regioni e non dei governatori che rubano.

ANCHE IL GOVERNATORE dell’Emilia Romagna, Vasco Errani del Pd, presidente dei presidenti di regione, indossa i panni del censore. Invoca un decreto per «ristabilire regole salde di trasparenza nella certificazione delle spese», ma tiene a precisare che «è sbagliato mettere tutti nello steso cesto», perché ci sono «regioni che hanno reagito subito». Tipo la sua, che ha già provveduto all’«autoriforma e non è giusto che finisca nel frullatore». Infatti Errani è imputato a Bologna per falso ideologico con l’accusa di aver finanziato con 1 milione di soldi pubblici la cantina sociale della coop di suo fratello che non ne aveva diritto. Un’autoriforma da urlo, un capolavoro di trasparenza. Anche il governatore pugliese Nichi Vendola invita a «non fare di tutta l’erba un fascio», perché la sua «è la regione più virtuosa e sobria» e «da tempo ha messo in discussione le giostrine affaristiche e corruttive che erano legate ai sottosistemi di potere» delle giunte precedenti: infatti il suo ex vicepresidente Sandro Frisullo è imputato per corruzione e millantato credito e il suo ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco per associazione a delinquere, corruzione, concussione, falso, truffa e turbativa d’asta, e lo stesso Vendola lo è per peculato, falso e due abusi d’ufficio.

Il ministro Corrado Passera tuona contro gli sperperi di denaro pubblico e minaccia di «commissariare gli enti locali non virtuosi»: lui che ai tempi di Banca Intesa, come advisor e socio di Cai-Alitalia, mise in piedi col Cavaliere un gioiellino costato 3-4 miliardi ai contribuenti. Il ministro del Tesoro Vittorio Grilli vuole cacciare «i manager pubblici indagati»: chissà se è lo stesso Grilli che nel 2005, direttore generale del Tesoro con Tremonti, avallò la nomina ad amministratore delegato dell’Eni di Paolo Scaroni, il quale non era solo indagato, ma addirittura condannato a 1 anno e 4 mesi per corruzione. Il vicepresidente del Csm Michele Vietti, Udc, striglia da par suo la classe politica, a lui naturalmente ignota (fu soltanto consigliere comunale Dc a Torino dal 1990 al 1997 e poi deputato Ccd-Udc dal 1994 al 2007): «Basta scaricare sulla magistratura tutta la responsabilità di fare pulizia: prima che sia troppo tardi, la politica si rimbocchi le maniche e impugni la scopa». Pare ancora di vederlo Vietti, sottosegretario alla Giustizia del secondo governo Berlusconi nel 2002 mentre, le maniche rimboccate e la scopa in mano, calcolava i falsi in bilancio del premier per fissare le soglie di non punibilità un po’ più in su e mandargli in fumo i cinque processi per falso in bilancio. E chissà le ramazzate in testa a Cuffaro condannato per favoreggiamento mafioso e al segretario Casini che lo portava in Parlamento.

PER CHIARIRE MEGLIO il significato della “c” di Udc, Casini ha prima invitato la Polverini a restare e poi, dopo l’anatema dei vescovi, l’ha scaricata perché «in Regione c’è troppo marcio». Ma non nel gruppo Udc, che anzi «ha operato bene» e merita un «elogio per l’impegno profuso». In effetti la giunta Polverini ha regalato commesse a trattativa privata per 1.324.700 euro alla società I Borghi di Lorenzo Cesa, segretario nazionale Udc, già amministrata da Francesco Carducci, ultimo capogruppo regionale Udc. Ma sì che nel Lazio l’Udc ha operato bene. Tanti complimenti per l’impegno profuso.

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