Il giornalista e l’avvocato


l’ultima battaglia stampa-censura

Un brano del capitolo di Merlo in un saggio che svela l’anomala creazione di un Diritto penale dell’Informazione. L’ide aid fondo è che la libertà dovrebbe essere la regola e il limite l’eccezione
di FRANCESCO MERLO

“Merlo, ho deciso di non leggerti più, da oggi ho delegato il compito al mio avvocato” mi disse un giorno Ciriaco De Mita. E lo racconto subito, alla fine di questo manuale di giornalismo ( Le regole dei giornalisti, il Mulino ), che è anche una veloce storia del martirio della libertà di stampa e un’affascinante esplorazione dei suoi limiti, per rimettere l’avvocato al suo posto di protagonista-antagonista dell’informazione. Quando, per fare un esempio, arrivai a Los Angeles per intervistare Monica Lewinsky, la trovai in compagnia di un bel giovane, alto e dinoccolato, che le rimase appiccicato come un’ombra. Gli chiesi: “Boyfriend?” Mi rispose: “No, avvocato”. E subito mi venne in mente Fidel Castro che avevo intervistato all’Havana, a mezzanotte, in una sala del palazzo della rivoluzione, tra bandiere, statue, burocrazia e un attento signore con la faccia larga, dura e cotta dal sole, che mi era parso il capo della sicurezza forse perché tacendo metteva soggezione. Ebbene, con noi c’era la collega di una tv americana che si portava dietro una misteriosa borsa piena di birre. Castro calzava gli stivaloni pesanti ma aveva il passo leggero degli abitanti della notte e indossava l’uniforme verde. Aveva la barba già bianca e gli chiesi di poterla toccare: “Porqué?”. “Perché è la barba più famosa del mondo”. Se la lasciò toccare. Poi chiesi: “Cosa manda a dire a Bill Clinton?”. “Happy new year, mister Clinton”
mi rispose in inglese mentre la collega americana, che lo riprendeva con una telecamera poggiata sulla spalla, gli metteva in mano una bottiglia. Pensai con simpatia all’ingenuità di quel tiranno allegro con in mano la birra che sponsorizzava l’intervista. Mi guardai intorno e vidi che il responsabile della sicurezza approvava e sorrideva. Capii allora che tutto era stato previsto e forse pagato. “Bodyguard?” chiesi. “No, avvocato”.

(…) E adesso pensate a quanti avvocati Berlusconi ha portato in Parlamento e a quante astutissime
leggi hanno inventato: il lodo Alfano, la Cirami, la Cirielli,… Non c’è aspetto del conflitto di interessi che non porti il segno di un parlamentare avvocato: Dotti e Previti, e poi Pecorella, Taormina, Contestabile, Ghedini, e ancora Schifani, Alfano, Pietro Longo, Donato Bruno, Jole Santelli, Francesco Paolo Sisto, Raffaele Paniz, Costa e tutti gli altri che hanno lavorato nelle istituzioni e al ministero della Giustizia. Al punto che l’avvocato in Parlamento è per gli italiani il simbolo irrisolto di un’epoca. E il nome Previti è una memoria cumulativa, evoca una dimensione da Lucrezia Borgia.

(…) Leggendo questo libro si capisce benissimo che esiste una disciplina relativamente nuova del sapere giuridico, che avrebbe affascinato sia Marx sia Brecht, il Diritto penale dell’Informazione, attorno a cui si combatte la guerra tra civiltà e inciviltà sino ai paradossi del “caso Sallusti”, del colpevole che solo il carcere può trasformare in innocente. La battaglia tra libertà di stampa e censura è una battaglia tra avvocati: ecco l’insegnamento più prezioso che ci arriva con la voce tecnica e saggia di tre giuristi, Carlo Melzi d’Eril, che qui onora l’importante nome che porta, Giulio Enea Vigevani, ricco di eleganza e di dottrina, e Caterina Malavenda che, riconosciuta come la risorsa finale di tutti i giornalisti nei guai, anche quelli che sono difesi da altri avvocati, ha innovato la tecnica delle arringhe perché ha tolto la retorica alla passione civile, l’ha resa secca ma densa, breve e generosa con l’avversario: sentimento sempre, risentimento mai.

(…) Nelle pagine di questo libro, nella sua idea di fondo che la libertà è la regola e che il limite è l’eccezione, si intravede anche la risposta al seguente quesito: perché è un reato insultare il potere che si vuole combattere, ma non è un reato truccarlo per servirlo meglio e manipolare i fatti per rafforzarlo? Perché esiste la denunzia penale per diffamazione e non per incensamento magnificatorio, per panegirico e per falsificazione elegiaca? Chi viola di più la libertà di stampa, per verità e per continenza, il denigratore o l’esaltatore?

Per molti anni Berlusconi ogni mattina ha impaginato l’Italia, immagini truccate, foto di una meravigliosa famiglia in realtà sfasciata (…) sino allo “scandalo” delle foto, rubate e finalmente vere, dell’harem a Villa Certosa, scattate da Antonello Zappadu e pubblicate da Oggi. Sono entrambi sotto processo mentre avrebbero meritato il Pulitzer, perché spostarono sul piano delle foto la lenta ma inarrestabile demistificazione, lanciata dalle inchieste di Repubblica, di quell’inedito sistema di controllo dell’informazione italiana che aveva la sua cabina di regia alla Rai e a Mediaset: “Una versione italiana e vergognosa del GrandeFratello – aveva scritto Ezio Mauro il 22 novembre del 2007 – calata in questi anni sul sistema televisivo, trascinando Rai e Mediaset fuori da ogni logica di concorrenza, per farne la centrale unificata di un’informazione omologata e addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere …, che non ha uguali in Occidente, un misto di titanismo primitivo e modernità… Potremmo chiamarla, da Conrad, “struttura delta””. Fino all’epifania del bunga bunga di Stato.

Questo libro racconta e spiega perché secondo la Cassazione non fu un insulto dare del buffone all’allora presidente del Consiglio Berlusconi e perché, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, il giudice austriaco non avrebbe dovuto condannare il giornalista che definì trottel, imbecille, l’allora governatore della Carinzia, Jörg Haider. Siamo dunque liberi di dare dell’imbecille ai politici e, più in generale, a chi ci pare?

Ed è più grave dare del buffone a Berlusconi o violare i morti soffermandosi, con le parole o con le immagini, sui dettagli più macabri, sul numero delle coltellate, sui corpi martoriati? Quando la notizia di uno stupro diventa lo stupro di una notizia? E quando il racconto di un delitto diventa esso stesso delitto?

(…) Il mio certificato penale è ancora pulito e di questo vado molto fiero. E però la mia lunga vita da querelato mi ha insegnato a distinguere, ad avere pietà per chi finisce sui giornali. E dovrebbero leggere questo libro non solo quelli che scrivono ma soprattutto quelli che leggono, perché non c’è vera libertà di stampa senza la libertà di chi legge, senza sapienza di lettura. E forse nelle scuole superiori bisognerebbe introdurre una nuova disciplina: come leggere i giornali e come guardare la tv imparando a non credere in quello che si legge e neppure in quello che si vede.

1 Comment

  1. Luigi Conte

    Antone, negli USA il Pulitzer te l’avrebbero dato sicuramente, qui invece ti processano, l’associazione stampa e l’ordine dei giornalisti si prostrare davanti ai potenti… sono una massa di lecca culi, tu vai avanti così, sei il vero paladino della libertà di stampa in Italia

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