Al voto! Al voto!








“Ho maturato la convinzione che non si potesse andare avanti così”. Dopo aver letto e riletto la dichiarazione pronunciata venerdì alla Camera da Angelino Alfano, in cui veniva presentato com “l’uomo delle tasse e del fallimento”, Mario Monti si è convinto che quella fosse la vera mozione di sfiducia nei confronti del suo governo. E così ha deciso di lasciare, dopo l’ok alla legge di Stabilità. Le dimissioni, annunciate ieri sera al Quirinale, rappresentano un’accelerazione imprevista che apre di fatto la campagna elettorale. Anche quella del professore, che pensa a una sua possibile candidatura. Il premier adesso si sente libero di decidere del suo futuro. Ci sta pensando e molti lo spingono a fare un passo.

Si riaprono dunque le congetture sulla possibile discesa in campo del professore, pressato da settimane dai centristi e che ne chiedono la candidatura. Lo stesso Gianfranco Fini è al lavoro con Casini e Montezemolo per costruire una Lista per l’Italia con Monti di nuovo premier. E si avvicina anche la data del confronto elettorale: si potrebbe andare al voto a fine febbraio. Nelle prossime ore il premier chiamerà i leader dei partiti per concordare il calendario dei lavori parlamentari e per avere la garanzia che il Pdl voterà il ddl Stabilità, evitando al Paese il disastro dell’esercizio provvisorio. Dopo l’ultimo voto parlamentare, a cavallo di Natale, Napolitano dovrebbe sciogliere le Camere, con il voto per le elezioni che a questo punto dovrebbe cadere il 24 febbraio, se non addirittura il 17. Dallo scioglimento delle Camere, infatti, possono passare da un minimo di 45 a un massimo di 70 giorni per indire nuove elezioni.

L’annuncio delle dimissioni del presidente del Consiglio non è mal visto dal leader di Sel. In un’intervista a Repubblica, Nichi Vendola spiega infatti che la legislatura è ormai finita e sarebbe stato inutile “procrastinare le agonie, prolungare la paralisi operativa quando invece è urgente mettere in campo decisioni”. Si dichiara però sorpreso “del giudizio ottimistico” che Monti dà sulla situazione italiana. “Credo che ci sia una grave sottovalutazione – aggiunge Vendola – del fatto che si sono aperte crepe gigantesche nel tessuto di coesione sociale. Si è schiantato il ceto medio”. Per il governatore della Puglia solo con il “riformismo keynesiano, adattato alle diverse situazioni, si può far crescere l’economia'”. Per ricostruire il paese e “rispondere al populismo di Berlusconi” il leader di Sel è disposto a sciogliere il veto su Pierferdinando Casini. L’obiettivo, infatti, è “costruire un Polo progressista che può essere maggioritario”. Su un punto Vendola è però irremovibile: “L’agenda Bersani non è sovrapponibile a quella Monti”.


LOMBARDIA DECISIVA PER IL SENATO


Roberto D’Alimonte per “Il Sole 24 Ore”

Se non si farà la riforma elettorale l’esito delle prossime elezioni dipenderà dalla lotteria dei 17 premi regionali del Senato e in particolare da quello che succederà in alcune regioni chiave dove si giocherà la battaglia decisiva. Le “battlegrounds regions” per usare una terminologia da elezioni Usa. Alla Camera l’esito è scontato. Ci sarà di sicuro un vincitore. Infatti basta che un partito o una coalizione abbia un voto più degli altri per ottenere il 54% dei seggi. Ma al Senato non è così perché lì non si assegna un unico premio nazionale. La partita si gioca regione per regione. Nelle 17 regioni che partecipano alla lotteria il partito o la coalizione con un voto più degli altri ottiene il 55% dei seggi di quella regione.

Ai seggi ottenuti nelle 17 regioni a premio vanno aggiunti i seggi del Trentino Aldo Adige, Valle d’Aosta, Molise e quelli della circoscrizione estero. Questo sistema elettorale è stato utilizzato due volte. Nel 2006 il risultato è stata una risicata maggioranza a favore dell’Unione di Prodi. Nel 2008 Berlusconi vinse bene. Quale sarà il risultato del 2013? È difficile dirlo ora quando l’offerta politica non è ancora definita e la campagna elettorale è appena iniziata. Ma è possibile comunque costruire scenari mettendo in evidenza i fattori da cui dipenderà l’esito finale. Nella simulazione presentata nella tabella in pagina abbiamo immaginato che la coalizione Pd-Sel ottenga 3 seggi in Trentino Alto Adige, 3 nella circoscrizione estero e uno in Molise. Se vincesse il premio in tutte le altre 17 regioni arriverebbe a 178 seggi.


La maggioranza al Senato è 158. Vediamo invece cosa potrebbe succedere se Pd e Sel non vincessero il premio in Lombardia e Veneto. In questo caso la maggioranza si ridurrebbe a 169, ammesso che prendano tutti i seggi residui. Se poi alla sconfitta in queste due regioni aggiungessimo quella in Sicilia la maggioranza si ridurrebbe ulteriormente a 165. Ma questo calcolo non tiene conto di un fattore importante, e cioè la distribuzione dei seggi destinati ai perdenti in ciascuna regione. Questo è un elemento meno intuitivo ma decisivo. Infatti i 169 seggi del primo caso e i 165 del secondo sono tali perché abbiamo assegnato alla coalizione Pd-Sel tutti i seggi destinati ai perdenti, cioè 21 in Lombardia, 10 in Veneto e 11 in Sicilia. Ma non è affatto detto che vada così.
Se Berlusconi arriva primo in queste tre regioni, Pd e Sel potrebbero essere costretti a dividere questi seggi con altri partiti. Questo succede se tra i perdenti ci sono partiti che riescono a superare la soglia dell’8% dei voti. Nella nostra simulazione abbiamo ipotizzato che sia il Movimento Cinque Stelle che un eventuale terzo polo (Tp) riescano a farcela. In questo caso, ed è l’ipotesi B della tabella, Pd e Sel otterrebbero in Lombardia e Veneto rispettivamente 12 e 5 seggi invece dei 21 e 10 della ipotesi A e il loro totale nazionale scenderebbe da 169 a 155. La maggioranza non ci sarebbe più. Pur vincendo il premio in ben 15 regioni la perdita di Lombardia e Veneto li priverebbe della possibilità di governare da soli.


Dovrebbero fare un accordo post-elettorale con un altro partito. Se poi alla sconfitta in queste due regioni aggiungessimo anche quella in Sicilia (ultima colonna della tabella) il totale scenderebbe a 146. La Lombardia merita un approfondimento. In questa regione si eleggono 47 senatori. Chi vince il premio ne prende 26; ai perdenti ne vanno 21. Perdere il premio in Lombardia non è un dramma se chi perde incassa tutti i 21 seggi. In questo caso il costo della sconfitta sarebbe di appena 5 seggi. Questo vale però solo se non ci sono rivali con cui dividere i 21 seggi destinati ai perdenti. Se non è così, perdere in Lombardia vuol dire passare dal paradiso all’inferno. Vincendo il premio Pd e Sel otterrebbero 26 seggi; perdendolo ne prenderebbero solo 12.


Una perdita di 14 seggi equivale a quasi il 5 % dei seggi del Senato e a quasi il 9% dei seggi necessari per avere la maggioranza assoluta in questa camera. Se non cambia il sistema elettorale la Lombardia è destinata a giocare un ruolo cruciale nella partita per il governo del Paese. E in questo le elezioni regionali che si terranno prima o insieme alle politiche avranno un peso rilevante. Ce la farà il Pd a vincere in Lombardia sia le regionali che il premio al Senato? Per il partito di Bersani è un altro appuntamento storico con quel Nord che fino ad oggi non ne ha voluto sapere di essere rappresentato da un partito che appare ancora legato a politiche e interessi troppo marcatamente di sinistra.
Con questa parte del paese e con le sue domande il Pd deve ancora fare i conti. Questa volta però, a differenza del 1994, potrebbe comunque vincere data la divisione del campo moderato. Ma vincere è una cosa, governare un’altra. Il Pd non potrà continuare a rinviare la soluzione della sua questione settentrionale. Arriverà il giorno in cui dovrà ricorrere ai Chiamparino, ai Cacciari e soprattutto ai Renzi. In attesa non sarebbe una cattiva idea allargare la coalizione prima delle elezioni a un partito del centro (quale?) per impedire a Berlusconi di vincere nelle regioni che saranno il terreno della battaglia elettorale decisiva.

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