Violante, l’uomo simbolo

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L’apprezzamento per Almirante. La confessione dell’inciucio. Fino alla Bozza di riforme condivise che porta il suo nome. Perché l’ex presidente della Camera è la persona “perfetta” per un accordo con il Pdl

di Susanna Turco

banner_espressoTra i dieci saggi nominati da Napolitano per uscire dallo stallo, e riavviare il dialogo tra i partiti, ce ne è uno che li rappresenta tutti. O meglio, che contiene in sé quasi l’essenza dello slancio e dei limiti di applicabilità dell’ultima mossa del capo dello Stato. Luciano Violante, ex magistrato, ex Presidente della Camera, ex parlamentare del Pd, è l’uomo simbolo del dialogo tra destra e sinistra: quello che ha sdoganato di «ragazzi di Salò», ha plaudito al ruolo di Almirante e al coraggio di Fini, l’ex demiurgo di Tangentopoli che poi ha preso le distanze dagli «eccessi di giustizialismo», l’unico politico di sinistra nel 2008 a partecipare alla festa della Libertà di Berlusconi, comunque aperto al confronto, sul lodo Alfano come sul superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale. Simbolo del dialogo: o dell’inciucio, per i detrattori del genere, che volentieri ricordano quella volta in cui, da capogruppo dei Ds, in Aula disse che «l’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data garanzia piena, nel 1994, che non sarebbero toccate le televisioni».

E proprio per questa sua propensione al dialogo, in virtù della quale è invariabilmente chiamato ai tavoli in cui si vogliano scrivere progetti condivisi, Luciano Violante è l’uomo che simboleggia –suo malgrado, anche – fino a che punto questo genere di confronti possa in pratica condurre in nessun luogo. Per lo meno quando si tratta di grandi riforme e non di interessi precisi. Un rieccolo mai andato in porto.

Lasciando riposare in pace la Bicamerale, ci si può limitare all’esempio dell’ultima volta, andata malissimo. Fu giusto l’anno scorso, quando si trattò di mettere in piedi, Violante come sherpa del Pd, il gabinetto per avviare il doppio binario di riforme elettorali e costituzionali: progetti entrambi finiti nel fosso nel giro di poco. Scorrere quei mesi di lavorio, ripescando le sole interviste di Violante, è un’operazione insieme esilarante e dolorosissima.

Si può partire esattamente da un anno fa. Era il 27 marzo 2012, quando l’ex presidente della Camera spiegò che i testi sarebbero arrivati in Parlamento in tempi brevissimi: «Si dovrebbe cominciare la prossima settimana, per concludere tutto a gennaio», disse tragicamente. Cinque giorni dopo, le settimane erano già diventate due: «La riforma costituzionale e quella elettorale andranno di pari passo, entro due settimane saranno presentate entrambe», disse il 1 aprile. Il 27 aprile, un qualche pessimismo: «O il testo arriva in Aula entro maggio o non si farà la nuova legge elettorale. Noi entro il 9 avremo chiuso il nostro lavoro, e la parola passerà ai partiti».

Il testo base di lavoro era il suo, la cosiddetta Bozza Violante: un sistema di voto già non semplice, che i vari appetiti dei partiti via via complicavano, in un saettare da mal di testa di collegi, listini, resti, proporzionali, disproporzionali, preferenze sì o no. E infatti, complice anche il fallimento delle parallele riforme costituzionali ?€“ dopo l’impuntatura di Berlusconi sul semipresidenzialismo?€“, la faccenda si fece, in breve, troppo complicata. Il 10 luglio, Violante tuonava: «Tempo una settimana e si porti in aula la legge elettorale». Sempre quella maledetta settimana in mezzo, d’estate piena poi. Il 23 luglio si era ancora in alto mare: «Temo che non si possa fare una buona legge elettorale prima di settembre-ottobre». Arriviamo dunque direttamente a ottobre. Il 14 di quel mese, il requiescat: « C’è il rischio che la riforma elettorale faccia la fine della riforma costituzionale: che non se ne faccia nulla». E infatti.

Adesso, coi dieci saggi, si ricomincia in qualche modo da capo. Dalla legge elettorale, c’è da giurarci. E con le stesse persone: non solo Violante, ma anche il Pdl Gaetano Quagliariello, che oggi è tra i nominati da Napolitano, ma l’anno scorso era pure lui tra gli sherpa del poi fallito progetto condiviso. E mentre Pd e Pdl non paiono più disponibili al dialogo di quanto già non lo fossero un anno fa (quando almeno erano al governo insieme), ci si può per l’intanto augurare che la doppia commissione istituita dal capo dello Stato non faccia la fine della Commissione Giovannini. Quella istituita da Monti per pronunciarsi sui costi della politica, che gettò la spugna dopo qualche mese di lavoro, perché non riusciva a venirne a capo. Certo, Enrico Giovannini, presidente Istat e capo di quella commissione, è adesso anche lui tra i saggi. Ma che c’entra.

 

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