Già nel 2007 si poteva vedere, chi voleva vedere, lo stile di vita di B.

prima

 

tette_berluscas

 

Organizzata dall’AQC | Asociación Quindiana de Comunicadores una conferenza all’EAM, Escuela de Mercadotecnia del Quindío, con l’intermediazione di Pablo Morales, sulla libertà di stampa

 

Il tempo, diceva Berlioz, è un grande insegnante, ma sfortunatamente uccide tutti i suoi alunni. Per questo quando, una settimana fa mi hanno chiamato ad Armenia, addirittura alla “EAM, Escuela de Mercadotecnia del Quindío” a tenere una sorta di lectio magistralis sul tema “Europa vs Colombia nella libertà di stampa”, un po’ mi sono rasserenato. Vuoi vedere, mi son detto, che qualcosa di quel che ho cercato di rappresentare, nel mio piccolo, rischia di lasciare un segno. Inorgoglito quanto basta, impaurito quanto serve, ho accettato l’ennesima sfida della mia vita. Tra l’altro, mi chiedevo quanto potesse interessare la comparazione tra due paesi, come l’Italia e la Colombia impliciti nella mia chiamata, ancora così distanti non solo geograficamente, in un tema così delicato e non proprio di pubblico interesse. Per dirla subito: se non l’avessi vissuto non ci avrei creduto. Un’aula magna stracolma, tanto da dover riempire i corridoi laterali e molti si sono dovuti accomodare per terra. Due ore mi sono servite per spiegare il mio pensiero sulla libertà di stampa, magari anche inficiato dal fatto che mi ritenga “esule” in Colombia proprio per aver cercato di affermare a tutto tondo il principio di libertà di stampa in Italia. Un Paese il nostro, dove sto subendo processi (che, a dirla tutta, nel contempo si evita di indire quelli che io ho intentato contro l’onnipotente certosino) solo per aver raccontato, con foto peraltro immediatamente secretate, lo stile di vita del mio e vostro primo ministro: Silvio Berlusconi.

Alla conferenza non solo studenti. Ho potuto confrontarmi con tanti  giornalisti, professori, gente comune, curiosi; tra essi molto attento lo stesso Rettore dell’università. Mi sono emozionato. Non è stata la prima volta che parlavo, da protagonista, davanti ad una folla. Mai però questo era avvenuto in una platea universitaria e nel Paese che mi consente di sopravvivere e che ho imparato ad amare. Anche perché non mi tratta proprio da fuorilegge, solo perché faccio da anni il mestiere più bello del mondo; quello di raccontare la quotidianità delle persone, l’esistenza umana ad ogni latitudine, con la sola forza delle immagini.

Mi è stato facile raccontarmi e raccontare. Il caso di Farouk Kassam e del suo sequestro di persona, di come negli anni il sottoscritto ha potuto, di persona, toccare con mano la trasformazione di una nazione, l’Italia, da paese civile a Paese succube, anche nel modo di vedere “ sa giustiscia” (come diciamo noi sardi) da parte di un impunito come antiliberale e malversatore come Silvio Berlusconi che, volenti o no, ha saputo entrare nella testa delle gente passando (forse per la maggioranza degli Italiani) da colpevole a perseguitato.

In tutto il mondo fare sesso con una minorenne non è né di destra né di sinistra, è solo un reato. Nel Belpaese invece questo è solo frutto della persecuzione della magistratura. E manca poco lo facciamo Senatore a vita.

Ho ripercorso per esempio come, proprio nel caso Kassam, fui interrogato dai giudici Melis e Mura della procura antimafia di Cagliari. Fu un interrogatorio cordiale, mai fuori dalle righe, mai persecutorio nei miei confronti, anche quando mi avvalsi della facoltà di non rispondere appellandomi al segreto professionale. I giudici mi ricordarono che essendo pubblicista e non professionista, io ero in fondo un dilettante della libertà di stampa e quindi potevo tradire il mio informatore e, quindi, rispondere davanti al PM.

Rimasi sulle mie posizioni e con loro concordai una risposta che andasse bene ad entrambi senza, così, rinunciare al mio sacro diritto di giornalista (quale mi sono sempre ritenuto) che protegge la sua fonte e loro messi nella condizione di ritenermi sufficientemente collaborativo. Era il 1992, un’altra era della Giustizia.

Poi arriva Berlusconi. L’anno di demarcazione è il 1994. Lui fa e disfa, governo ed alleanza, Concessioni Tv e Catene Editoriali, compra e vende, anime o magistrati è lo stesso. Lui è potente, amato e odiato, metà e metà o poco ci manca. È comunque l’alfa e l’omega della nostra povera Italia. Le mie prime fotografie a Silvio senza maschera o cerone le scatto sabato 13 aprile 2007. È giorno di vigilia della Pasqua. Due mesi prima la lettera di Veronica Laura su La Repubblica, ricordate: “Mio marito mi deve pubbliche scuse”
( http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/politica/lettera-veronica/lettera-veronica/lettera-veronica.html ).

Lo fotografo in atteggiamenti inequivocabili, è con cinque ragazzette, due di queste sulle sue ginocchia. Ad una gli palpeggia le parti intime basse all’altra, lo si vede distintamente, la sua mano pascola nella protuberanza del seno sinistro. Vittorio Zucconi da New York dirà a Radio Capital di un “ho visto un nonno che tiene sulle ginocchia le sue nipotine e mette le mani dove non dovrebbe”. È lo stesso Silvio che aveva risposto, alla lettera della Lario su Repubblica con un “Cara Veronica, eccoti le mie scuse (…)”.

Ma quella domenica di Pasqua Silvio era in altre faccende affaccendato, la sua proverbiale attitudine alla menzogna veniva smascherata dalle mie istantanee. Per quelle foto io sto subendo (sempre che si decidano a farlo prima della prescrizione) un processo, Pino Belleri, al tempo direttore del settimanale Oggi che pubblicò il servizio fotografico dal titolo: “L’Harem di Berlusconi”, è stato condannato per ricettazione. Se fanno il processo a me, mi aspetto lo stesso trattamento. Eppure abbiamo raccontato, al Paese che lui sgoverna da 20 anni, lo stile di vita di un signore (pubblico, perché gestisce la cosa pubblica) che in pubblico (non a casa sua, vista che la Certosa è ancora luogo di pertinenza governativa, assoggettato alle leggi speciali di segretezza di stato) si mostra con una faccia e in “privato” è semplicemente un rozzo e maniaco bacato sessuofobo. Nonostante quelle foto, Berlusconi presenziò alla giornata della famiglia davanti al mondo cattolico, tra gli applausi e le pacche sulle spalle della ipocrisia della gente, prendendo la comunione dal solito prelato “indulgente” con i potenti di turno, ed il Garante della Privacy, dallo stesso Berluska a suo tempo nominato, sequestra in modo preventivo, senza prima neppure ascoltarmi tutte le fotografie del mio primo servizio (oltre 540).

La magistratura di Tempio Pausania, che solerzia questo Tribunale che nella graduatoria della efficienza amministrativa credo stia appena dietro il Burkina Faso, condanna l’agenzia con la quale lavoravo a 10mila euro di multa avvalendosi di una sentenza del tribunale di Milano.

E, nella catena di sant’Antonio, di questa giurisprudenza a scomparti, il Tribunale di Milano si avvale di una sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che condannava (2006 se non ricordo male) il giornale tedesco “Bild” per la pubblicazione delle foto dei principi Hannover (Carolina di Monaco e Ernesto Hannover).

Nella prima udienza si dava ragione ai principi, ma due anni dopo la sentenza veniva completamente ribaltata dando ragione all’Editore. Asserendo la corte che la pubblicazione, di notizie e foto sulla vita privata di personaggi pubblici, ”è ammessa se si tratta di eventi di interesse generale e se c’è un ragionevole equilibrio tra il diritto di cronaca e il rispetto per la vita privata. E in questo caso i giornali hanno rispettato le norme relative alla privacy”.

Il problema è che la magistratura, prima quella di Milano poi quella di Tempio non hanno fatto uno straccio di indagine, anche perché ho sempre asserito e sempre pronto a dimostrarlo, che Berlusconi era visibile ad occhio nudo, e quindi fotografabile. In quanto, a detta dello stesso Francesco Pizzetti, il garante della sua (di Berlusconi) privacy, in certe condizioni è lecita la ripresa di chi non fa niente per non farsi vedere.

Pizzetti infatti, durante la trasmissione di Report asserì:“Tanto per esser chiari: se io esco sul balcone di casa mia, so che dalla strada mi possono riprendere, è normale che dalla strada mi possono riprendere… allora anche se sono sul balcone di casa mia non ho nessuna tutela, perché devo dare per scontato, essendo una persona famosa, che possa esser fotografata”. “la trasmissione Report del 14 novembre del 2010 al minuto 52:50 ha esplicitamente chiarito in quali casi un fotoreporter non commette privazione della privacy.

In parole povere la stessa tesi, anche se esplicitata in modo tecnicamente meno giuridico, della Corte Europea.

Poi si arriva al 2009, si parla delle foto di El Pais. Storia recente, questa volta il Garante non esegue il sequestro preventivo, si “degna” di sentirmi prima, anche questa volta nessuna “ricognizione” sui luoghi ma si decide lo stesso il sequestro. Anzi, si arriva all’assurdo quando il tribunale di Tempio esegue, per la prima volta nel mondo, il sequestro virtuale di 5000 immagini fotografiche (ipotetiche) in quanto mai viste e che mai potrà vedere perché locate in Colombia. Ed in nessuna parte del mondo si pensa di sequestrare qualcosa di cui non sia nemmeno contezza dell’esistenza. E, anche se esistenti, comunque non visibili, per motivi logistici e di carenza di legislazione sulle estradizioni, a nessun giudice Italiano.

Ancora, spiego ciò che accadde nel 2011. In questo caso si tratta delle foto di Berlusconi su L’Espresso, sono i giorni del referendum sull’acqua privata ed altro, Silvio dice che non va a votare perché vuole riposare in Sardegna. Mi apposto e lo becco con due signorine (una è Francesca Pascale l’altra, a detta di chi la conosce, una modella Rumena), “gioca” con una e poi con l’altra.

Il titolo di copertina de L’Espresso bellissimo ed eloquente: “Io papi, voi quorum”, sarà una delle pagine più apprezzate dell’anno dai lettori. Carabinieri nella redazione de L’Espresso, avviso di garanzia per Bruno Manfellotto che si trasforma in un rinvio a giudizio, sempre da parte, della solerte procura di Tempio Pausania. È la stessa procura che tiene in un cassetto ben chiuso un mio esposto denuncia su un Gigantesco abuso edilizio a Villa Certosa, appurato grazie alle mie tante fotografie fatte in tutti questi anni, e di cui ho fornito ampia e documenta prova fotografica. (*)

Ho spiegato ai miei nuovi amici della università, tra il serio e il faceto, tutte le mie vicissitudini. Hanno preso sul serio la mia testimonianza che, oltre al racconto di storie vissute, è stata anche denuncia profonda di un malessere in cui tutti noi italiani ci troviamo a convivere. Spero di essere piaciuto loro, quanto loro sono piaciuti a me.  Ad un certo punto, terminata la tensione  e ridotta l’emozione, ho riso di gusto a qualche battuta sul certosino, la platea fino a quel punto attenta e piuttosto seriosa nell’interesse, ha deciso di ridere con me. Mi è stato spiegato, con molta sensibilità che qualcuno di loro ha pensato: “se ride l’Italiano possiamo ridere anche noi”.

Da ridere forse in tutta questa storia c’è ben poco, soprattutto per Berlusconi ed il suo incubo (cioè io), ma alla fin fine, pensando alle svariate centinaia di ragazzi presente nell’aula magna di Armenia, mi piace credere che abbi ragione Oscar Wilde quando asseriva che “il ridere non è un brutto modo per iniziare un’amicizia, ed è senz’altro il modo migliore per mantenerla.”

Antonello Zappadu

(*) Archiviato per “non esser riusciti ad indagare” nel 2013 dall’allora procuratore Rossi …

I miei due giorni ad Armeria

 

 

0 Comments

Trackbacks/Pingbacks

  1. Da qual pulpito parla Del Boca? | Antonello Zappadu's Blog - [...] degno di parlare in una conferenza affollatissima della “Libertà di Stampa” nel nostro Paese. (VEDI PAGINA QUI). Debbo anche…

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

4 × 4 =

Translate »