Buone notizie: la Lega è morta

Buone notizie: la Lega è morta

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di Marco Damilano

banner_espressoDilaniata tra maroniani e bossiani. A pezzi in Veneto. Sparita in Emilia. «Ormai il Carroccio è solo leader senza partito», dice il sociologo Ilvo Diamanti. Che aggiunge: «Il contrario del Pd, un partito senza leader»

«Il rischio è che a Roma nel Pd si legga ?il risultato del primo turno delle amministrative come la vittoria del Partito con la P maiuscola. E invece è il successo dei partiti: quelli radicati, con una struttura, un’organizzazione, un’identità sedimentata, candidati credibili e riconosciuti».

Ilvo Diamanti (in uscita il suo ultimo libro sulle elezioni 2013. “Un salto nel voto”, Laterza) analizza i dati del 26-27 maggio: crollo del Movimento 5 Stelle, crescita dell’astensionismo, vittoria dei candidati del Pd, flop del Pdl e della Lega.

La Lega raccoglie percentuali modeste perfino nella sua ex roccaforte di Treviso: eppure fino a qualche anno fa era considerata il modello del partito radicato
«Certo, ma ora nel Nord est è schiantata. A Vicenza candidava a sindaco Manuela Dal Lago, votata a Roma come nome di bandiera per il Quirinale, lei ha preso la metà dei voti del sindaco di centrosinistra Achille Variati e la Lega il 4,5. La Lega è sparita in Emilia, si è dimezzata in Veneto, la crisi l’ha deterritorializzata, si sono allontanati dal territorio e divisi tra Zaia ?e Tosi, tra bossiani e maroniani. Sono diventati come gli altri: un non-partito senza radici. Come Berlusconi. E come Grillo. Funzionano nelle campagne elettorali nazionali, esaltati da un sistema elettorale come quello del Porcellum, in cui si votano ?i capi e non i singoli candidati, sono inesistenti in quelle locali».

Però il fenomeno Grillo era partito esattamente un anno fa dalle città, quando 5 Stelle conquistò Parma. Non c’è una schizofrenia nelle analisi: due mesi fa i grillini sembravano dover conquistare il mondo, ora sono già finiti…
«I sondaggi non ci prendono più perché è cambiato il modello. Metà degli elettori non hanno più un’appartenenza, la prima scelta è votare o non votare, astenersi dalle urne non è più un sacrilegio come un tempo. Dobbiamo abituarci a un Paese dove si può anche non votare come scelta politica. Grillo ha insegnato che si può cambiare voto senza tradire la propria identità. Ha offerto un terzo polo, una via d’uscita, una strada di fuga, un autobus a chi voleva cambiare senza passare nello schieramento opposto. Ha offerto un canale, come anche il Pdl quando le campagne sono nazionali, fortemente mediatiche. Ma quando si va a livello del territorio si vede che in alcune province dove alle politiche aveva preso il 30 per cento non è neppure riuscito a presentare le liste».

E il Pd? A Roma si canta vittoria: la crisi è già finita?
«Il Pd vive un paradosso. A Roma è un non-partito. Un partito impersonale: quattro segretari in quattro anni, tra quelli dimissionari e quelli transitori, diviso in correnti. Ed è nel momento di massima difficoltà, stretto tra il governo delle larghe intese e la ferita del voto segreto contro Romano Prodi al Quirinale. Ma a livello locale è l’unico partito rimasto in campo e potrebbe governare, se Ignazio Marino vincesse a Roma, tutte le grandi città e la maggior parte dei comuni italiani. Succede perché ci sono candidati con una storia: essere ex qualcosa a Roma è un fattore di debolezza, impedisce al Pd di sciogliere la sua identità, nelle città vuole dire invece essere riconoscibili, essere cresciuti in un contesto. In Veneto Achille Variati, Flavio Zanonato ma anche Laura Puppato che era sindaco di Montebelluna sono figli di partiti storici».

Conclusione: il Pd dovrebbe ripartire dai Renzi, Serracchiani, Marino?
«I leader locali del Pd sono già leader nazionali: Matteo Renzi ha chiuso la campagna elettorale di Vicenza. A Roma dicono: abbiamo vinto. E invece dovrebbero dire: hanno vinto nonostante noi. E’ la differenza con il Pdl, in cui i retaggi territoriali di An e della Lega sono stati spazzati via. Resiste il marketing berlusconiano, ma sul piano nazionale. Come Grillo. Leader senza partiti: l’opposto del Pd, un partito senza leader».

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