Stracquadanio: ‘B. fatti da parte’

di Fabio Chiusi

StracquadanioEra un estremista pro Cavaliere e anti giudici. Adesso che è fuori, l’ex parlamentare pdl dice cose molto diverse: «L’ex premier dovrebbe ritirarsi, anzi doveva farlo già prima. Il suo gruppo dirigente è fatto di zombi. E sulla guerra civile Bondi spara stronzate»

C’è stato un tempo in cui Giorgio Stracquadanio era il più fedele dei seguaci di Silvio Berlusconi, al punto di dirigere il (defunto) giornale on line ‘Il Predellino’ e guadagnarsi sul campo l’appellativo di «droide berlusconiano».

Poi la fine del quarto governo del Cavaliere, i dissidi col Pdl, il tentativo (fallito) di riciclarsi con Mario Monti, un tentativo di nuova carriera come ‘consulente politico’.

banner_espressoOggi Stracquadanio ha quindi abbandonato le vesti dell’urlatore e del presenzialista. Finora non aveva nemmeno commentato la sentenza di condanna per frode fiscale in Cassazione al suo ex ‘caro leader’.

‘L’Espresso’ lo raggiunge in vacanza, mentre prepara un ambizioso ritorno sulla scena.

Prima di tutto con un nuovo quotidiano web, ‘Il Presidenzialista’, dove proporre – insieme a Davide Giacalone, Fabrizio Rondolino e Giovanni Guzzetta – «l’indizione di un referendum di indirizzo» su forma dello Stato («unitario o federale», dice), di governo («parlamentare o presidenziale») e per una nuova assemblea costituente.

Ma, insieme, Stracquadanio coltiva il ruolo di spin doctor. Per un gruppo di giovani che vuole cambiare il centrodestra. Perché, racconta, «una nuova generazione c’è, ma trova ostacolo innanzitutto nel Pdl, perché più parla di rinnovamento, più ci ritroviamo Cicchitto e Schifani. Che non ne sono proprio l’emblema», dice ridendo.

Stracquadanio, il governo sopravviverà alla condanna definitiva a Berlusconi? 
«Le sue parole di domenica sono state lapidarie: il governo deve andare avanti per approvare i provvedimenti economici concordati. La riforma della giustizia come priorità non è stata nemmeno evocata».

Nessun aut aut per ora? 
«No, il governo non subisce alcun contraccolpo da questa vicenda».

E le minacce di dimissioni in massa? 
«Non ci sono mai state, concrete. Quando si deve rappresentare una situazione di gravità si enfatizzano molto i toni. Ma l’operazione fatta in questi due giorni è stata evitare il rischio della dispersione all’interno del partito. Berlusconi ha ancora molto forte in mente l’assemblea a Roma di Italia Popolare, che era sul punto di schierarsi con Monti e aprire una frattura nel partito».

In soldoni? 
«Prima ha indurito i toni per tenere insieme il partito, e poi ha dovuto attenuarli per garantire il governo e mantenere il rapporto con il capo dello Stato».

Dovrebbe farsi da parte, dopo la condanna definitiva?
«Doveva farsi da parte prima, per evitare i guai. L’ultimo colloquio che ebbi con lui fu prima della caduta del suo ultimo governo. Allora lo incontrai per tre ore, e gli consigliai di mettersi sotto la tutela dello Stato e organizzare il suo ritiro di scena facendosi dare delle garanzie. Sono sicuro che se allora il Cavaliere avesse deciso di rimanere il ‘padre nobile’ del suo partito, oggi non sarebbe un condannato. Anzi magari sarebbe senatore a vita».

Anche oggi si parla di salvacondotto. 
«L’unica possibilità seria è la commutazione della pena – da detentiva a pecuniaria – per l’anno residuo, non coperto da indulto. Non sarebbe irragionevole, e gli risparmierebbe l’umiliazione dei domiciliari. Per Sallusti è stato fatto senza grandi scuotimenti nel quadro istituzionale o giudiziario».

Ma Berlusconi è condannato per evasione fiscale. 
«Di leader democratici che siano incappati in problemi giudiziari ne ho sentiti tanti. Ma che siano andati in galera, ne ho sentiti pochi. Anzi, non ne ho sentiti affatto».

Il problema è della giustizia o di chi commette i reati?
«Il problema è che quel reato lì se Berlusconi non avesse fatto politica non si sarebbe mai neanche ipotizzato. Sono convinto, come lo sono sempre stato, che sia oggetto di una persecuzione. Perché se lei squaderna la vita di qualunque imprenditore italiano, di evasioni fiscali gliene contestano venticinque».

Questo è un suo parere. 
«L’incertezza del diritto tributario è talmente elevata che l’applicazione di una norma o meno è ampiamente discrezionale».

Quindi Berlusconi doveva farsi da parte all’epoca della caduta del suo ultimo governo, dice. Ma oggi? «Oggi a maggior ragione. Non per le ragioni giudiziarie. E’ che ha perso sei milioni e mezzo di voti. Questo vale molto più di una condanna. Oggi il centrodestra, per ragioni totalmente politiche, è destinato a essere minoritario».
Eppure senza Berlusconi i sondaggi lo davano anche più minoritario. 
«Non importa. Quel che importa sono le prospettive. Con Berlusconi leader e la mancata rivoluzione liberale, mai perseguita seriamente, non c’è possibilità per cui si recuperi la maggioranza degli elettori. Non può diventare vincente».

Quindi deve rifondarsi.
«Esattamente, perché si è esaurita una fase di vent’anni. E se anche ci fosse stato un rinvio o un’assoluzione, il tema politico non sarebbe cambiato di una virgola. La possibilità del Cavaliere di riconquistare la maggioranza degli elettori non c’è più. L’asse del blocco sociale che vota centrodestra si è rotto, spostato a destra ed è molto più statalista di quanto lo fosse originariamente. Si è perso il vento del Nord, il blocco liberale».

Il Pdl è diventato un partito che tutela interessi corporativi? 
«In qualche misura sì. Non è più il partito della liberalizzazione, della riduzione del peso della spesa pubblica, del taglio del debito. Non è il partito tatcheriano che abbiamo tentato di costruire. Berlusconi non è stato la Tatcher. Berlusconi perde sul piano giudiziario perché prima perde sul piano politico, non il contrario».

Un tempo non troppo lontano probabilmente sarebbe stato sul balcone di palazzo Grazioli insieme a Santanchè, Verdini e al resto della dirigenza Pdl. 
«Ho visto la foto del gruppo dirigente che va a trovare il Cavaliere, subito dopo la sentenza: sembravano degli zombie. Sono contento di non essere lì in mezzo».

Perché? 
«Perché lì si sta consumando la fine di una storia, non l’inizio di una nuova».

E il ritorno a Forza Italia? 
«Non è che perché si chiama Forza Italia torna il 1994. Il Cavaliere ha vent’anni di più; la classe dirigente è particolarmente logorata».

Quanto al rischio di «guerra civile» paventato da Bondi?
«Ma quando mai, è una stronzata. Bondi ha detto una fesseria. C’è stata una guerra civile fredda tra i due blocchi elettorali e sociali, ma il fatto che non si sia venuti a capo di nulla – perché non ci sono state le riforme – sostanzialmente ha attenuato questo scontro. Se il centrodestra avesse realizzato il suo programma elettorale del 1994, avremmo avuto una rivoluzione simile a quella tatcheriana. E tutti ricordano che livello di scontro sociale ha dovuto superare. Se uno smantella un sistema assistenziale e lo sposta verso il mondo produttivo, deve fare i conti con i lavoratori. Ma non è successo. E’ stata un’espressione buttata là in una gara a chi la sparava più grossa».

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