ESCORT, SOLDI ED EVASIONE: NON È B. SI CHIAMAVA AL CAPONE – DAI VESTITI ALLE VILLE, DUE VITE PARALLELE

“Berlusconi come Al Capone, fregato dalle tasse” ha titolato il quotidiano inglese “The Independent” – Anche il boss di Chicago, che si dichiarava innocente, fu beccato per aver frodato il fisco per 200mila dollari – Bottoni d’oro e bandane, donne e giudici, e una passione per il cerone…

Pino Corrias per “il Fatto Quotidiano

Berlusconi come Al Capone, fregato dalle tasse”, ha titolato in prima pagina il quotidiano britannico The Indipendent. Il padrone del crimine di Chicago condannato a 11 anni di carcere per 200mila dollari di evasione fiscale. Il padrone del Popolo della libertà, folgorato dalla Cassazione a 4 anni per una frode fiscale da 7,6 milioni di euro. Entrambi dopo anni di sospetti, indagini, testimoni reticenti. Entrambi fermati dal classico granello di polvere, il primo dopo dieci anni di potere, dal 1921 al 1931, il secondo dopo un intero ventennio.

BERLUSCONI COME AL CAPONEBERLUSCONI COME AL CAPONE

Su questa lampante analogia la Rete impazza. Ma i giornali italiani, in questi giorni di finte turbolenze politiche e alti moniti, ci sono andati un po’ più cauti, vedi mai che Lazzaro risorga. Ma a ripassare la storia dei due campioni italiani – uno eroe negativo della Grande Depressione americana, l’altro di quella psicopolitica italiana – qualche altra notevole equivalenza salta fuori, naturalmente al netto del molto sangue versato dal gangster che a Chicago non usava mai mezze misure, ma solo proiettili calibro 45 del mitra Thompson e qualche volta la mazza da baseball.

Guardandoli da vicino i due si assomigliano anche fisicamente: piccoli, arrotondati dagli anni e calvi. L’italoamericano alto 1,69, il nostro solo 1,65. Uno con le labbra troppo grosse, l’altro le orecchie. Ma è la vanità che in tutti e due è cresciuta più delle labbra e delle orecchie. Entrambi si sentono irresistibili. I più svegli del quartiere popolare in cui sono nati, uno a Brooklyn, anno 1899, l’altro in quello milanese dell’Isola, anno 1936.

Capone frequenta la scuola della strada, impara a difendersi con il coltello, guadagna i primi soldi facendo il buttafuori nei night del boss Johnny Torrio, il suo mentore. L’altro frequenta i salesiani, i primi soldi li fa vendendosi i compiti a scuola e poi sulle navi da crociera, prima di incontrare Dell’Utri, il suo factotum, e Mangano, lo stalliere. Al diventa ricco con l’alcol e il Proibizionismo. Silvio con il cemento e i socialisti.

IL VESTIRE VISTOSO LI ACCOMUNA: INTIMO DI SETA E BOTTONI D’ORO

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Tutti e due amano vestire vistoso. Silvio con i suoi Caraceni a doppio petto, pomposi e con bottoni d’oro. L’altro indossando solo biancheria intima di seta, vestiti tagliati su misura, colori preferiti il verde e il giallo, un diamante da 50mila dollari al mignolo, il Fedora bianco a falda larga in testa, senza mai spingersi fino al punto di non ritorno della bandana. Viste oggi le foto del boss fanno ridere. Ma non raggiungono le vette dell’altro, specie quando si arreda la testa con il Borsalino calcato di traverso e gli occhiali neri dell’uveite.

Tutti e due non sanno fare a meno del cerone in faccia . Uno per farsi credere abbronzato, l’altro per nascondere la cicatrice che un certo Frank Galluccio gli incise col rasoio sulla guancia sinistra, la sera in cui Capone provò a abbordare sua sorella dicendole: “Ehi, pupa, ma lo sai che hai un culo da paura?”. Non erano a una cena elegante, anche se sembra, ma all’Harvard Inn di Coney Island.

E siccome tutti e due hanno un debole per le bugie. Capone andava in giro dicendo che quella cicatrice se l’era fatta in guerra, più o meno come Berlusconi che per accreditarsi erede di De Gasperi s’è inventato una coraggiosa giovinezza da militante anticomunista, sulle barricate elettorali del 1948. Alphonse Gabriel Capone, ha un sacco di soprannomi: Snorky per gli amici, Scarface, lo sfregiato, per i nemici, Piccolo Cesare per Hollywood. Berlusconi si declina in Cavaliere, Banana, Caimano.

BERLUSCONI COME AL CAPONEBERLUSCONI COME AL CAPONE

Per gli intimi: Dottore. A tutti e due piace un sacco girare con i gorilla armati. Riempire i tavoli di amici, convocare ragazze. Quelle di Al non si chiamano escort e non si sognano nemmeno lontanamente una carriera politica. Sono oneste puttane che Capone liquida la mattina dopo con una bustarella, anche lui vantandosi di non pagare mai le donne con cui fa sesso.

 

Delle due carriere, quella di Capone è la più lineare. Non ci sono finanziamenti misteriosi al-l’inizio, né Holding a scatole cinesi. Per ricostruirla basta seguire la scia di sangue e whisky che si lascia dietro. Nei Venti Ruggenti, segnati dal Proibizionismo, Capone investe in distillerie, trasforma la concorrenza in cadaveri, cominciando dai boss Big Jim Colosimo e Frankie Yale, si impadronisce di tutto il South Side di Chicago. I soldi li reinveste in locali, bische, prostituzione e allibratori. Quando nel 1923 si rompe la pace tra le gang e inizia la “guerra della birra” Capone guida i suoi fino in cima al Sindacato del crimine.

UN DEBOLE PER LE CASE DI LUSSO E LA CORRUZIONE DELLA POLIZIA

La guerra lascia sulle strade più di 700 morti e quando finiscono i funerali tutto l’alcol transita sui camion di Al Capone che arriverà a possedere 160 bische e 120 locali. Una inchiesta federale calcola che guadagni non meno di 100 milioni dollari l’anno. Anche se al fisco risulta nullatenente. La villa di Chicago è intestata alla moglie. Quella di Palm, a Miami, alla madre. Persino la Limousine blindata con 7 tonnellate di acciaio e vetri antiproiettile, non è a suo nome.

Al CaponeAL CAPONE

Capone vive nella bambagia. Mezza polizia di Chicago è a libro paga. Il sindaco è suo amico. Frequenta l’Opera, pranza con Enrico Caruso il più famoso tenore d’America. Ha schiere di avvocati che lo tolgono dai guai, anche quando uccide un tassista che gli ha intralciato la strada. O quando ordina esecuzioni , senza curarsi dei testimoni. Accusato una infinità di volte, convoca conferenze stampa dove spalanca gli occhi e fa la vittima: “Ehi ragazzi, io non c’entro niente. Sono completamente innocente”.

Dopo una mezza dozzina di falliti attentati – in uno dieci auto in corsa gli scaricano 5mila colpi, mentre pranza all’Hawtorne – si è trasferito a vivere nella suite del Metropole Hotel, circondato da dodici guardie del corpo, due in più del presidente Coolidge. In pubblico appare sempre affabile e di buon umore. In privato un po’ meno. Sospettando il tradimento di uno dei suoi contabili gli spara tre colpi di pistola in testa davanti a testimoni. Al processo i testimoni perdono tutti la memoria.

E quando scopre che tre killer di New York sono stati incaricai di ucciderlo, li invita a cena, li fa mangiare, e poi li uccide personalmente con la mazza da baseball. Il suo punto di non ritorno è la strage di San Valentino, 14 febbraio 1929, quando fa uccidere 7 gangster della banda rivale da cinque suoi sicari travestiti da poliziotti, che fanno irruzione in un garage. Per l’Fbi diventa il Nemico pubblico numero 1. Ma anche per Lucky Luciano e Frank Costello, i capi di Cosa nostra, perché alza troppa polvere e la sua efferatezza fa male agli affari.

BERLUSCONI BANDANABERLUSCONI BANDANA

Il Dipartimento del Tesoro nomina una squadra di investigatori guidata dall’agente speciale Eliot Ness con pieni potere di indagine. I giornali li battezzano The Untouchables, gli Intoccabili. In un anno scovano i libri contabili di Capone, il nullatenente, decrittano i codici, riescono a incriminarlo per 22 spese non giustificate, e una evasione fiscale di 200 mila dollari. “Una sciocchezza che finirà in nulla – fa il gradasso Capone – Sono innocente come tutte le altre volte”.

E per darsi una ripulita, finanzia una mensa pubblica che sforna ogni giorno 3mila pasti gratuiti ai disoccupati che affollano le strade della grande Crisi. A differenza del nostro Silvio, Scarface non ha avvocati in Parlamento che cambino le leggi, non ha mezzi di comunicazione che le raccontino dalla parte sbagliata. E neppure i cronisti a libro paga si azzardano a scrivere che è un perseguitato dalla giustizia.

Ci vogliono sei mesi per arrivare al processo. Capone prova a corrompere i giurati. Il giudice Johnson se ne accorge e li cambia tutti in una mattinata. Alla prima udienza arriva scortato da quattordici uomini, ma questa volta sono poliziotti. Ai reporter che lo assediano concede un largo sorriso: “Sto trattando i diritti cinematografici della mia vita”.

Ma intanto della sua vita si occupa il procuratore in aula: “E dunque signori giurati, chi è quest’uomo che ha generosamente speso quello che non ha mai guadagnato? È forse il ragazzo della fiaba che ha trovato la pentola d’oro alla fine del-l’arcobaleno? E con che soldi ha pagato i 6.500 dollari di carne offerta ai poveri? È Robin Hood?”.

LE LUNGHE CAMERE DI CONSIGLIO CHE SPORCANO LA FEDINA PENALE

La giuria impiega 9 ore di camera di consiglio per emettere all’unanimità la sua sentenza: colpevole. Annota l’inviato del New York Times: “Alla lettura della sentenza Capone si inumidisce due volte le grosse labbra. Intreccia le dita dietro la schiena, ma quando accavalla le gambe il suo piede trema”. La notte stessa della sentenza, 17 ottobre 1931, entra nel carcere di Filadelfia.

Nel ’38 gli viene diagnosticata la sifilide. Esce l’anno dopo, già piegato dalla malattia. Quando muore, il 25 gennaio del 1947, tutta la gangster society partecipa ai suoi funerali. Riferendosi alla sua storia Edgard J. Hoover, capo dell’Fbi, dirà: “Il vero nemico da battere è la segreta ammirazione che l’opinione pubblica prova per le azioni dei banditi”. E anche questo ultimo anello, nella nostra catena di analogie con l’avventura di Silvio, calza a pennello.

 

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