Ma con Marina il Pdl è morto

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di Piero Ignazi

La scelta ereditaria sarebbe una soluzione di trincea. Che impedirebbe a lungo la nascita di una destra normale in Italia. E rinchiuderebbe il partito dei Berlusconi in un elettorato ‘innamorato’ ma sempre più di nicchia

banner_espressoAll’interno del centro-destra circola con insistenza l’ipotesi che la figlia primogenita di Silvio Berlusconi, Marina, sia destinata a succedere al padre alla guida del Pdl, o di quello che sarà. Questa soluzione nordcoreana alle difficoltà del “Grande leader e dell’Eterno presidente” farà ancora una volta sorridere di commiserazione gli osservatori stranieri e forse solleverà qualche inquietudine anche all’interno del Popolo della libertà.

Nel partito ci sono legioni di fan di Silvio, elettori, militanti e dirigenti, che dipendono in toto da Berlusconi per mille canali affettivi, simbolici, politici ed economici. Senza il riferimento al Cavaliere e alle sue risorse costoro non saprebbero a che santo votarsi. Si aprirebbe di fronte a loro una voragine profonda proprio perché è stato elevatissimo l’investimento emozionale-ideale (e in certi casi materiale) nel fondatore. La mistica creata in questi lustri sulle imprese economiche e politiche del Grande leader è stata di una efficacia unica in Occidente.

L’OCCULTAMENTO e/o la mistificazione della realtà, ovviamente consentita dalla disponibilità di un impero mediatico, ha isolato in un mondo patafisico quei milioni di elettori che si sono intimamente identificati in Berlusconi; ma non ha mai “trascinato” quei milioni di moderati che, non sapendo a chi rivolgersi, finivano per turarsi il naso e sostenere il più forte partito nemico della sinistra. Molti di questi hanno abbandonato il Cavaliere alle ultime elezioni infliggendogli la più sonora sconfitta che un partito italiano abbia subìto in tutta la nostra storia elettorale (e poi c’era chi parlava di vittoria del Pdl dopo le elezioni…). Sconfitta confermata alle elezioni municipali di maggio che ha fatto scomparire il Popolo della libertà da tutte le grandi città.

I dirigenti pidiellini, locali e nazionali, più consapevoli di questa crisi guardano con orrore alla successione dinastica. Perché il passaggio del testimone da padre in figlia si scontra contro un ostacolo insuperabile: svela definitivamente la natura personale del partito e il suo inestricabile intreccio con gli interessi aziendali. Mentre sul Cavaliere si poteva costruire una narrazione efficace e persino mitizzante perché spunti reali ne esistevano in abbondanza, sulla figlia questa operazione non è possibile. Se quindi avvenisse tale passaggio il Pdl non solo perderebbe quei consensi trasversali che erano tutti attratti dall’aura eroica del leader, ma verrebbe azzoppata la possibilità di diventare un normale partito moderato. In fondo lo scontro sordo e sotterraneo dentro il Pdl si riassume in questo dilemma: confidare ancora nelle risorse del Cavaliere anche attraverso la sua discendenza biologica o andare oltre il berlusconismo, come qualcuno aveva osato suggerire alla fine dell’anno scorso.

PER QUANTO POSSA SEMBRARE ovvia la risposta, anche la seconda ipotesi deve fronteggiare un grande ostacolo: la ridefinizione di un’agenda politica che si depuri del populismo anti-europeo e delle sue tentazioni anti-istituzionali. Impresa non facile dopo vent’anni di deserto culturale. Eppure è un’impresa potenzialmente di successo visto che un partito conservatore di stampo europeo può contare sul consenso dei tanti moderati senza casa sia a livello parlamentare sia nell’elettorato. Le due sfide all’egemonia berlusconiana portate da Gianfranco Fini e Mario Monti fallirono clamorosamente nell’immediato, ma hanno “devastato” il campo del nemico. Se il Pdl ha perso più di 6 milioni di voti e continua a perderne nelle elezioni locali, lo si deve anche alla demistificazione messa in atto da quei tentativi. L’erosione del consenso al Pdl formato Berlusconi e figli è destinata a durare perché è venuto meno l’appeal della proposta originaria tuttora intrisa di una politica vecchia di vent’anni. Senza un ripensamento della sua ragion d’essere il Pdl rimane isolato nel suo ridotto del 25-30 per cento, senza alcuna possibilità né di espansione né di alleanze. Cambiando, altre componenti in cerca di aggregazione, da Casini a Montezemolo, possono essere coinvolte.

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