TUTTA COLPA DELLA PITONESSA-SANTANCHÈ

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TUTTA COLPA DELLA SANTADECHE’! – LA ROTTURA DEFINITIVA NON ERA NEI PIANI DEL MORBIDO ANGELINO “SENZA QUID”: L’AGGRESSIONE DEI CATA-FALCHI HA ACCELERATO LA SCISSIONE

Il “sogno” coltivato da Alfano era un altro: convincere il Banana a deporre le armi, indebolire i cata-falchi e restare al governo – È stato Franceschini a illuminarlo spiegandogli come Fanfani aveva fatto fuori De Gasperi e di come John Mayor aveva rottamato la Thatcher…

Francesco Verderami per “Il Corriere della Sera”

banner_corseraRien ne va plus. La pallina è girata come non dovesse mai fermarsi, in una giornata interminabile che era iniziata di mattino presto ed è ricominciata a sera, con tutti i protagonisti che hanno puntato le loro fiches, ognuno con il proprio gioco. Finché il Cavaliere ha deciso di far saltare il banco, ordinando al partito di votare la sfiducia al governo di Enrico Letta e facendo così tirare un sospiro di sollievo a tutto il Pd (nessuno escluso) che mirava a tenere fuori il Cavaliere dalla maggioranza. Lo si era intuito nel tardo pomeriggio, quando i dirigenti democrat avevano iniziato a bombardare il centrodestra proprio per far saltare il fragile compromesso costruito da Alfano, deciso a tenere unito il Pdl in maggioranza. Il primo colpo l’ha sparato il candidato alla segreteria Cuperlo, poi è stata la volta del segretario Epifani, entrambi durissimi verso il Cavaliere. Il gioco si è infine disvelato quando sulle agenzie è filtrata la traccia del discorso che oggi il premier terrà in Parlamento: erano parole che non concedevano alcuno spazio alla mediazione. Erano la prova. «Il giovane Letta vuole spaccarci», ha sentenziato Berlusconi, dicendo il vero.

I tormenti del segretario 
In politica ognuno fa il proprio gioco, «il giovane Letta» ha fatto il suo: nulla di personale con Alfano, che era consapevole dei rischi. Ma il discorso per lui era (ed é) diverso, visto il rapporto viscerale con il Cavaliere. Di viscere tre giorni fa aveva detto «me ne vadooooo», ed era stato un urlo di dolore per come Berlusconi l’aveva trattato, affidando all’avvocato Ghedini il compito di avvisarlo che doveva dimettersi dal governo. Poi però si era messo testardamente all’opera per scongiurare la rottura, pensando di convincere il Cavaliere a non spaccare.

Rien ne va plus. Il Pdl invece si spacca e l’incontro di metà giornata a palazzo Grazioli tra il leader del centrodestra e il suo (ex) delfino è stato una sorta di cerimonia degli addii, anche se i due si sono rivisti nel cuore della notte, dando la misura del rapporto che trascende le ferree regole di Palazzo e che però si è spezzato.

Eppure quando verso sera Berlusconi aveva convocato i falchi, c’era un motivo se Alfano aveva volutamente evitato di andare all’appuntamento: «Le affido la mia difesa, presidente». Berlusconi al vertice darà poi una diversa versione dei fatti: «Gli avevo chiesto di venire, non l’ha fatto. Mi dispiace, perché lo considero come un figlio». Il verbo è stato coniugato al tempo presente, e sebbene la frase sappia di epitaffio, è il segno di quanto il Cavaliere in fondo ci tenesse. Ricambiato.

La mattinata
La pallina aveva iniziato a girare nella roulette verso le nove di mattina, quando Gasparri si era recato a palazzo Grazioli, residenza del Cavaliere, per informarlo che una quarantina di parlamentari del Pdl erano pronti a votare la fiducia al governo, ed esortandolo a un gesto di generosità per evitare la frattura del partito. Lo spettro della scissione aveva fatto da preliminare all’incontro di Berlusconi con Alfano. Già la sera precedente la conversazione era stata molto tesa, ed era ripartita da dov’era iniziata. Il leader del centrodestra aveva avanzato un’offerta al segretario del Pdl: la guida del futuro comitato di presidenza di Forza Italia, con poteri di gestione. Era una messa alla prova, a cui Alfano ha risposto rilanciando: «Non farò il numero due di un partito in cui non mi riconosco nella linea politica».

Diventava così chiaro l’intento di «Angelino»: il problema non era soltanto la guida del partito, l’obiettivo era riuscire nell’impresa di tenere salda in maggioranza «la forza che rappresenta i moderati». I falchi iniziavano a sentirsi franare la terra sotto i piedi. La Santanchè faceva sapere che, «siccome Alfano vuole la mia testa, sono pronta a farla rotolare in nome dell’unità del partito» Eppure già la sera prima Berlusconi aveva annunciato di volerle affidare solo il fund rising della futura Forza Italia. Ma non era questo il punto. La sfida si giocava sul versante di governo, e il Cavaliere – durante il colloquio – non aveva sciolto il nodo con Alfano. Si era limitato ad attendere che la trattativa con Letta andasse in porto.

Ognuno in quelle ore puntava le proprie fiches. Il premier aveva il suo daffare prima di stringere con Renzi un patto: Letta sarebbe rimasto fuori dalla disputa sulla segreteria del Pd e il sindaco di Firenze non avrebbe messo il bastone tra le ruote al governo «fino al 2015». Di lì a qualche ora sul patto sarebbe calato il pubblico imprimatur di Napolitano, che di mattina aveva ricevuto il capo dell’esecutivo al Quirinale: l’accordo di governo deve resistere per due anni. Si dice che nella stanza a fianco di Letta e Renzi, Alfano fosse in attesa delle garanzie che il Pd non avrebbe fatto scherzi. Così da riferirlo a Berlusconi. Ma nel Pdl iniziavano a salire le voci di chi puntava comunque alla rottura, quasi fosse una liberazione, inneggiando a una «Nuova Italia». Perciò Alfano usciva per la prima volta allo scoperto, seccato da tanto frivolo ciarlierismo: «Non esistono gruppi e gruppetti. Tutti dobbiamo votare la fiducia».

Gioco di potere
Da quel momento in un partito di mandarini che non aveva mai vissuto queste scene, si scatenava un gigantesco gioco di potere. Sul sito del periodico Tempi, il Cavaliere dava l’autorizzazione a far uscire gli stralci di una lettera ad alzo zero contro il capo dello Stato e il «suo» governo.

Sul sito del Giornale veniva anticipata la prossima discesa in campo di Marina Berlusconi, che dava dei «traditori» a quanti stavano rompendo con il padre. Bondi, Capezzone, i deputati veneti di Ghedini avvisavano che avrebbero votato la fiducia solo se lo avesse chiesto il leader, come a non riconoscere alcuna legittimità al ruolo di «Angelino», tacciato di «viltà» da Miccichè, e avvertito da Galan: «L’esperienza di Fini non è stata sufficiente?». La pallina continuava a girare vorticosamente. La posta era altissima, per Letta, Renzi, Berlusconi, Alfano, e soprattutto per l’Italia, con un governo che c’è ma di fatto non c’è più e va ricostruito, o demolito per edificarne uno nuovo. Si vedrà. Perché qui resta un dubbio: davvero i dissidenti del Pdl possono vantare su una quarantina di parlamentari? O ha ragione Verdini quando – dopo una giornata trascorsa a far di conto – sostiene che «gli scissionisti saranno una dozzina non di più». Lui, l’uomo dei numeri, l’ultima volta disse che «Fini non l’avrà vinta», e così fu, anche se sbagliò per difetto la quantità dei fuoriusciti.

«Siamo una famiglia»
Con i ministri stretti a palazzo Chigi e i dirigenti del Pdl chiusi a palazzo Grazioli, si poteva misurare ormai la distanza che li separava. «Le affido la mia difesa, presidente», aveva detto Alfano. E per un po’ Berlusconi pare l’abbia difeso, mentre si dipanava il processo per alto tradimento istruito da Ghedini: «Quello (quello, ndr) ha già deciso. Sta dall’altra parte. Vuole spaccare il partito perché vuole affossare Berlusconi». Verdini, non certo grossier come l’avvocato, annunciava di esser pronto a farsi da parte «se è per l’unità del partito», e cercava di non incrociare il sorriso dei presenti.

Perché il coordinatore del Pdl, che qualche giorno prima aveva incontrato «Angelino», si era schermito davanti alla battuta del segretario: «Hai vinto tu, Denis». «Ma no, che dici, siamo tutti una famiglia». Tranne poi farsi sfuggire una battuta sul «familiare» con un amico deputato: «Stavolta lo lascio stecchito». E per non lasciarsi indietro con l’opera, ieri sera aveva già convocato i coordinatori regionali per la conta interna. Una conta andata avanti fino a notte fonda, tra telefonate ai senatori fatte dai fronti opposti di un ex partito.

È chiaro che sul voto di fiducia al Senato si gioca la partita, e decisivo sarebbe il ruolo di Schifani, che ieri sera – dopo il vertice – è andato a palazzo Chigi a incontrare Alfano. Semmai i frondisti decisi a mollare Berlusconi superassero il quorum a palazzo Madama, c’è la convinzione che di lì in avanti ci sarebbe un’emorragia di parlamentari verso il governo. Non era questo l’obiettivo di Alfano, non lo è mai stato, anche se ormai anche lui aveva puntato le sue fiches e non poteva più cambiare gioco. Di lì a poco Letta avrebbe fatto diffondere la notizia che respingeva le dimissioni dei ministri del Pdl. La pallina stava per fermarsi. E quando «Angelino» ha visto che il vertice di palazzo Grazioli si protraeva, quando si è reso conto che il Pd faceva a gara con i falchi del Pdl, ha capito. Chissà se gli hanno raccontato la scena di Berlusconi che, togliendosi la maschera, ha concluso la riunione del partito, rivolgendosi così ai dirigenti: «Mi rimetto alla vostra decisione». E quando mai. E come mai Marina Berlusconi sarebbe «amareggiata» per l’atteggiamento di Alfano? Perché in mattinata la figlia del Cavaliere si era espressa in altro modo: «Va salvaguardata l’unità del partito, a patto che mio padre non venga sconfessato». Proprio la mission di cui si era fatto carico il segretario del Pdl.

Rien ne va plus. 
Il «sogno» coltivato da Alfano era un altro, ed era talmente radicato da aver mandato ai nervi un tipo solitamente placido come Franceschini. «Compagno Angelino», gli diceva il ministro del Pd, che gli voleva spiegare come – in politica – il parricidio non esiste, raccontandogli del mondo in cui Fanfani aveva fatto fuori De Gasperi, di come Mayor aveva accompagnato alla porta di Downing street la Thatcher, riconoscendo inconsapevolmente a Berlusconi un profilo e un ruolo da statista. Ma il «compagno Angelino» nicchiava, e raccontava divertito ai colleghi di partito: «In fondo noi siamo diversi». E ancora ieri sera ripeteva a Letta, «i nostri sono voti di berlusconiani». Berlusconiani senza Berlusconi, però, sembra essere ormai questo il destino di chi ha deciso di puntare sul governo. Eppure un minimo spiraglio ancora restava in una notte di ultimatum e di minacce, perché «Angelino» in fondo è stato vissuto dalla famiglia del Cavaliere come un «figlio», e attorno a lui ha sentito ancora ieri la solidarietà degli amici più fedeli dell’ex premier, che avevano sperato per tutto il giorno nelle «persone di buona volontà che si sono messe all’opera», e facendo il tifo pregavano perché Berlusconi non restasse avviluppato negli abbracci di chi ha interesse a seguirlo nell’ultimo tratto della sua vicenda politica, per carpirne un pezzo di eredità. Stavolta la rottura non è come con Fini o con Casini, stavolta il divorzio è traumatico, imbevuto di tensioni e urla, di pianti e di disperazione. Perché c’è un capo che ha dominato la scena per venti anni e un «figlio» che dopo essersi congedato da Berlusconi ancora a notte fonda ripeteva con orgoglio: «I nostri sono voti di berlusconiani».

 

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