Dare dell’orango ad una donna di colore non è razzismo.

La visita di Cecile Kyenge a Cali/Colombia 14/09/2013

La visita di Cecile Kyenge a Cali/Colombia 14/09/2013


 

 
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Nel settembre 2013 Cecile Kyenge  fu ricevuta da Manuel Santos (Presidente della Colombia) dopo le frasi razziste alla sua persona in segno di solidarietà, in quell’occasione scrissi un articolo che per motivi di spazio non fu pubblicato, oggi lo propongo a voi perchè il razzismo non abbia alcuna scusante.

Se l’Italia ogni giorno di più è razzista mi consola che da un altro capo del mondo l’integrazione non lascia spazi all’ignoranza.

Il Presidente della Colombia Manuel Santos con Cecile Kyenge

Il Presidente della Colombia Manuel Santos con Cecile Kyenge

“Yo soy Cecile”

Vasco, il cantore della nostra gioventù lo urlava convinto: “C’è qualcuno che non ha rispetto per nessuno. Ma… C’è chi dice No!” Da queste parti, a modo loro, l’inno di chi non ci sta, lo hanno rappresentato con grinta e colore gli afro-colombiani che hanno reso onor, sì onore più che omaggio alla nostra ministro Cecile, la prima di colore, che ha potuto constatare di persona quest’altro pezzo di mondo, lontano dalla miserie politicastre del nostro quotidiano. Ma, anche se può apparire strano e forse, per qualche leghista trina-ricciuto, paradossale a fare bella figura è stata anche la nostra Italia. Un’Italia dove un manipolo di imbecilli che, a chiamarli razzisti, gli si darebbe persino immotivata valenza “ideologica”, hanno reso Cecile Kyenge un simbolo ed un punto di riferimento per una immensa fetta del pianeta politico e sociale dell’universo mondo. In ogni angolo del pianeta.

Per questo l’ospitata della nostra simpaticissima dottoressa Ministro alla 3ª Cumbre Mondial de Africanos y Afrodescendientes, è solo l’avvisaglia di quel che potrebbe succedere, anche nel prossimo immediato futuro, se solo fossimo in grado di usare come nostri ambasciatori morali nel mondo persone e umanità come quella di Cecile. Un dato per tutti. In questa kermesse colorita e stracolma di migliaia di delegati, provenienti da ogni parte del mondo, a Santiago de Cali in Colombia si è parlato di tanta politica italiana e, per una volta, dopo 4 lustri di noia e paranoia berlusconiana, il suo nome non è stato mai pronunciato da nessuno, evidentemente relegato nelle cantine delle nostre miserie autarchiche. Questo miracolo è stato reso possibile, proprio dall’interesse che Cecile e la sua battaglia umana, prima ancora che politica, di affrancamento della nuova e moderna cultura italica, dalla stupidità del revanscismo egoistico e fascistoide di alcune frange leghiste, hanno suscitato al di là dei nostri confini. Questa sua battaglia è seguita, apprezzata e sostenuta in ogni parte del mondo.

È stato Angelino Garzon, vice presidente della Repubblica, che salutando Cecile Kyenge, a chiarire come di “quei cinque nomi che l’hanno insultata e offesa non rimarrà alcuna traccia nella storia umana, ma che di Cecile Kyenge il mondo, la storia si ricorderà così come non sono stati dimenticati Nelson Mandela e Martin Luther King.” E mentre ringrazia e saluta la folla che in piedi l’acclama non fa in tempo a sedersi che da uno schermo gigante appaiono personaggi dello spettacolo, dello sport, della politica della cultura, e tutti ripetono la stessa identica frase : “Yo soy Cecile”. È allora che il nostro ministro cede alla commozione, anche se celata dai grandi occhiali. Era arrivata nel pomeriggio di giovedì, direttamente da Miami, acclamata dai partecipanti al suo arrivo; “scortata” dall’ambasciatore d’Italia di Bogotà e dalla polizia metropolitana di Cali. Non ha fatto in tempo ad entrare nel grande centro per Eventi del Pacifico che subito è stata subissata da una folla osannante e festosa. Foto, autografi, interviste ne hanno condizionato l’ingresso al salone dei delegati con qualche decina di minuti di ritardo. Ci ha pensato Zuila Mena Garcia, nella doppia veste sindaco di Quibdó, capoluogo del dipartimento di Chocó, una delle regioni con la maggior presenza della comunità afro-colombiana e di presidente dell’AmunAfro, l’associazione che raggruppa i sindaci di discendenza Afro, a riscaldar gli animi e puntualizzare il senso e i valori di questa “ospitata” italiana del nostro Ministro più popolare nel mondo. Parafrasando potremo dire che Zuila “Mena” davvero contro l’Italia (ovviamente confondendoci tutti nei calderoli dei borghezio) e chiede all’assemblea di alzarsi in piedi per salutare e rendere omaggio a Cecile Kyenge. È anche questo un momento toccante. Zuila Mena accusa l’Italia razzista (stavolta prudentemente restringe il cerchio) e chiede a Manuel Santos (presidente della Colombia anche lui nel palco) di intervenire per vie diplomatiche con una nota di protesta da inviare direttamente al capo del Governo Italiano. E lui, Santos, il presidente, non fa cadere il testimone: scherza con i delegati, gli applausi si mischiano ai sorrisi e, a momenti, vere e proprie risate.

Stempera la tensione auspicando che la Colombia si qualifichi per i campionati mondiali di calcio in Brasile come ha fatto l’Italia (di Ballottelli, pensiamo noi, quasi per condizionamento subliminale). Poi diventa serio Manuel Santos, e parla del razzismo e dice che il suo Governo, entro pochi anni renderà le già dure leggi contro questa piaga ancora più aspre. “Attenti, quindi – ammonisce – pensateci tre e più volte prima di fare qualsiasi azione razzista, perché noi non ci penseremo una sola volta a punirvi ancora più severamente”. Il giorno appresso, dopo una fugace visita alla parte più amministrativa e commerciale del “Cumbre”, il ministro Italiano viene invitato dall’associazione “Chao racismo” a salire sul parco per un saluto a tutti gli ospiti del vertice.

Un balletto con musica del tradizionale del Pacifico saluta il Ministro, che termina abbracciando tutti i partecipanti che gli hanno regalato questa incredibile festa. Il suo staff la riporta alla realtà, non c’è tempo per il pranzo di gala, con l’ambasciatore Gianni Bardini in quanto è fissato un appuntamento istituzionale alle 6 del pomeriggio al ministero degli Esteri a Bogotà. Impegno che salta per via di uno sciopero dei piloti della compagnia Avianca. Il tutto si chiude con una corsa all’aeroporto, per acchiappare il volo buono. E, tra anullamento, scioperi e ritardi, Cecile ricomincia a respirare aria di casa. Va anche detto che la seconda giornata del ministro era cominciata con una conferenza stampa. I media nazionali ed internazionali quella non piccola sala l’hanno affollata in modo straripante. Tante domande sul razzismo e tante dignitose e misurate risposte da parte del Ministro. Un giornalista della stampa internazionale, evidentemente ben informato della situazione politica italiana, gli domanda se si impegnerebbe in un Letta-bis, dopo questa prima esperienza traumatica fatta di insulti e gesti razzisti contro al sua persona. Il ministro sorride e spiega semplicemente che lei, nella vita “normale” di professione fa il medico. E un medico prestato alla politica, ma è pur sempre un medico che non fa alcuna distinzione sul colore del malato che deve curare. E quindi nell’ipotesi si dovesse arrivare ad un nuovo governo Letta e il suo primo ministro le chiedesse di impegnarsi accetterebbe l’incarico, perché anche il politico deve mettersi a disposizione della comunità, della gente di ogni colore e di ogni etnia. Come dire: “C’è chi dice qua, c’è chi dice la: io non mi muovo!” Alla fine di questa due giorni intensa e, per me, assolutamente inconsueta, mi aiuta e consola riaccendere il cd della memoria di Vasco. Perché, ve lo assicuro, c’è di che essere fieri di questo ministro e di questa nuova Italia.

Antonello Zappadu

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