QUE VIVA ZAPPADU!

QUE VIVA ZAPPADU!

Nel luglio del 2009 Gaspare Giua ha scritto su di me nel suo Blog … 

Luglio 2009 – Antonello Zappadu è il fotoreporter sardo che ha fatto tremare, appostamento dopo appostamento, contatto dopo contatto, fotogramma dopo fotogramma, il sultano di Arcore e la suburra (magica espressione di Scalfari: “Un premier sotto ricatto e una suburra di Stato”, su Repubblica del 21 giugno) dell’impero berlusconiano: dai finti matrimoni con “papi”, ai voli di Stato usati per trasferire amiche, musici e ballerine. Del protagonista di questa rivoluzione senza parole, è molto atteso l’instant book che molto probabilmente sarà pubblicato da un piccolo editore, e che è stato rifiutato dagli editori collusi con il grande magnete (magnete, non magnate: nel senso di grande attrattore monopolista) dell’editoria e dell’informazione in Italia.

Chi ha paura dei fotografi? Diaframma e tempi di esposizione dei reportage di Zappadu hanno evidenziato un contrasto drammatico: un pezzo di Italia famelico, dissennato, immorale e xenofobo ma non con le belle tose, che affonda l’immagine del nostro Paese, contro un pezzo di Italia perbene, che sgobba e tiene a galla il Rex. Ci chiediamo se oggi, dopo le scorribande di Zappadu, esista ancora qualcuno disposto a farsi una foto ricordo con Berlusconi e compagnia cantante (e che compagnia: per esempio, avete presente il leghista onorevole europeo Salvini, quello che ha proposto i vagoni separati per gli extracomunitari, che alla festa di Pontida canta “senti che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani”?). Dubbi al riguardo vengono espressi dal WSJ. Alla vigilia del summit del G8 all’Aquila, il Wall Street Journal scrive:

Ulrike Guérot, a political analyst who heads the Berlin office of the European Council on Foreign Relations, said German Chancellor Angela Merkel, who faces re-election in September, should exercise particular caution, given Mr. Berlusconi’s propensity for playing pranks in front of cameras. “You have to be careful which photos you take with Berlusconi in the context of the German election,” she said in a phone interview.

Cioè, un politologo dell’European Council on Foreign Relations ha avvertito Angela Merkel di stare attenta a come verrà fotografata accanto a Berlusconi durante il summit: un’immagine sbagliata potrebbe costarle la rielezione.

Potenza della fotografia… La notizia della pubblicazione di un instant book di Zappadu, se vera, è confortante. Perché Antonello ha avuto tutti contro, e tutti nello stesso istante: dagli avvocati-servi travestiti da onorevoli a spese dei contribuenti italiani; ai belpietrini lanciati da Belpietro e le perle del navigatore velinaro in solitaria, l’Angusto Minzolini; all’Authority della privacy dei ricchi e dei culi-di-fuori; ai magistrati improvvisamente veloci come una littorina (singolare la vicenda di quel giudice del tribunale di Tempio Pausania: un tribunale in cui i processi durano anche oltre 40 anni, e che, con una sentenza lampo, impiega un solo giorno per dire che la visione delle foto di Zappadu è vietata agli italiani).

Un fotoreporter che, alla fine, rischia di avere la meglio sui supporter del Capo, e che fa quello che l’opposizione delle sorelle Materassi (dalle Finocchiaro ai Franceschini) non riuscirà a fare neanche sotto tortura, è un meraviglioso miracolo italiano. Il miracolo degli eroi solitari che non si fanno sgamare dall’autodafé dell’inquisizione berlusconiana. Malgrado tutto. Perché, intanto, la muta di vigilantes e bon servant della Repubblica di Arcore ha cercato di incastrarlo e di farne un avido “paparazzo estorsore” autore di “falsi scoop” (Panorama): il Giornale di Paolo Berlusconi lo ha chiamato “il fotografo-spia”. Ma conosciamo bene la disinformatia dell’apparato. Così come conosciamo Antonello. Insomma, c’è una parte del Paese sufficientemente adulta per giudicare senza bisogno di farsi pilotare dalle epifanie di Bonaiuti e Vespa. C’è una parte del Paese che non vuole sapere; e una parte che sa, e che ricorda.

Certo, io li ricordo, i Zappadu. Li ricordo chiacchieroni e allegri. Mi sono stati sempre simpatici. Antonello fa il fotoreporter da ragazzo, è un vero fotoreporter, insomma uno che ci crede. Il padre Mario, 40 anni in Rai, è il decano dei cronisti sardi, ed era il Ruggero Orlando del seguitissimo gazzettino sardo: una voce inconfondibile. La madre Mariolina, insegnante in pensione e collega di mia mamma, presidiava un negozio-cartoleria a 500 metri dalla casa dei miei genitori. Passavo lì quando tornavo in Sardegna per le vacanze di Natale, per comprare le “miccette” di Capodanno. E così le “miccette” dei Zappadu sono diventate l’iniziazione alla balentìa sonora di mio figlio nato milanese ma con le stigmate di un cognome sardo. Adesso è Antonello che spara le sue “miccette” in forma di file. E l’effetto è forse meno scenografico, ma sicuramente più devastante dei finti vulcani allestiti per allietare le notti allegre dei bon vivant nazionali e e dei putzen internazionali ospiti di villa Certosa.

Ora, la domanda che la parte sana del Paese si pone, anche dopo i reportage parzialmente diffusi del fotoreporter sardo, è la seguente: può un premier che si circonda di call girls e grandi sorelle adoranti, che telefona di notte alle minorenni dopo aver visionato un book fotografico, e che la stessa moglie definisce malato (“non sta bene”), governare il nostro Paese? Ma la cosa più dolorosa, la domanda più difficile, non riguardano le condizioni mentali di chi ci governa, ma le condizioni di chi si fa governare: cioè, è il nostro Paese che “non sta bene”? Un Paese un po’ xenofobo, un po’ mafioso e po’ fascista, un po’ molto clericale e po’ sozzone, insomma un Paese molto-poco e poco-molto, in balìa di sondaggisti e perversi sociologi delle masse, non è un Paese sano: è un Paese in cui aleggiano i primi sentori di putrefazione.

Ci piacerebbe avere una risposta, almeno un conforto, magari da chi pensa di detenere il monopolio dei “valori della vita” e della morale, per esempio l’apparato vaticano. Che tace e dunque acconsente. Del resto, da Berlusconi ha avuto molto, e molto altro si aspetta.

Ecco, le foto di Zappadu sono la rappresentazione di questa grande frattura, di due pesi e due misure, degli opposti opportunismi, di due Italie: una parte sana, capace di indignazione ma impotente; e una parte sedicente felix e ottimista, che recita la parte del ricco sfrontato, e invece malata cronica, perfettamente compatibile con le sozzonerie di chi la comanda, e che sta portando l’Italia alla deriva. Una deriva profonda, genetica, in cui naufragano i cervelli, gli innovatori, i capitani coraggiosi, la cultura e l’istruzione scolastica, le imprese, l’economia: i rumors secondo cui l’Italia potrebbe uscire dal G8, sostituita dalla Spagna, possono anche essere una balla clamorosa, ma sono un segnale spaventoso.

Ma chi si spaventa? Il muro di complicità e paura che circonda la fortezza del Caimano – a volte come censura preventiva, a volte molto protettiva nei confronti di un ultra settantenne come la mitica cintura Gibaud – è duro da scalfire. Persino Santoro tentenna e non manda in onda – nell’ultima puntata – un’intervista a Zappadu. Sarà un cattivo segno? Secondo noi è un bellissimo segno. Significa che ormai la paura disorienta vittime e carnefici, e dilaga; e che, adesso, il ducetto di Arcore è in piena emergenza ansiosa.

A questo punto, non ci resta che aspettare: c’è una mezza Italia – quella che sgobba; quella che il lavoro logora chi ce l’ha; quella che la cassa integrazione, in abete mediamente stagionato, è l’anticamera delle pompe funebri; quella che non fa i bagni a Punta Lada, e non tanto per il rischio colibatteri e/o sifilide; quella che non viaggia con gli aerei di Stato; quella che si spoglia con pudore anche davanti al proprio medico; quella che i regali li fa soltanto a Natale; quella che non è passata per villa Certosa e palazzo Grazioli; quella che la scorta, se ce l’ha, la tiene nella dispensa; quella che i servizi segreti andrebbero messi alla berlina, anche in una station wagon, purché non sia un’auto blu; quella che pensa che avv. sia l’abbreviazione di avverbio e non di avvocato; quella che l’unica legge ad personam che conosce è quella del trapasso; quella che il lotto per mille è il gratta e vinci del Vaticano; quella che sinistra è la Gelmini quando spalanca gli occhi e li fa roteare come un orco che si appresta a mangiare i bambini; quella che le pulizie in casa le fa da sé, figuriamoci se assume un fattore come Mangano – in fase di sobbollimento, e i risultati saranno imprevedibili (persino le Marie Antoniette e i Luigi XVI del G8 svolto all’Aquila se ne sono accorti, quando hanno accennato al pericolo di “tensioni e conflitti sociali”). Prendendo in prestito la frase tristemente famosa di un soi disant grande statista, Massimo D’Alema, ci viene da dire: forza Antonello, facci sognare!

 

Aggiornamento del 23 luglio. Il libro è pubblicato da Castelvecchi e si intitola “L’incubo di Berlusconi”. È stato presentato l’altro ieri ai giornalisti. Di recente, Zappadu ha rivelato al Times che, da quando è al centro dello scandalo, il suo telefono è controllato e che lui è pedinato dai servizi segreti (evidentemente, non abbastanza segreti). Ci viene in mente l’inquietante nona delle dieci domande poste dal quotidiano Repubblica al premier: “Lei ha parlato di un progetto eversivo che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?”.

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