Caso Mastrogiovanni, il pm chiede condanne lievi per la morte dell’uomo

Caso Mastrogiovanni, il pm chiede condanne lievi per la morte dell’uomo

Il pm Renato Martuscelli ha chiesto condanne lievi e inferiori alle attese, da un massimo di 4 anni e 4 mesi a un minimo di 2 anni, per sei medici e sei infermieri che hanno avuto in cura l’uomo, sollecitando l’assoluzione per altri sei imputati. Il magistrato non crede nella tesi accusatoria del consulente medico della Procura di Vallo Lucania (che ha parlato di edema) e ne ha formulata una diversa, accogliendo alcuni rilievi degli avvocati difensori


Franco Mastrogiovanni non è morto per un edema polmonare, diretta conseguenza di 80 ore consecutive trascorse legato mani e piedi a un letto d’ospedale, ma per un problema cardiaco. Ne è convinto il pm Renato Martuscelli che ha chiesto condanne lievi e inferiori alle attese, da un massimo di 4 anni e 4 mesi a un minimo di 2 anni, per sei medici e sei infermieri che hanno avuto in cura l’uomo, sollecitando l’assoluzione per altri sei imputati. Il magistrato non crede nella tesi accusatoria del consulente medico della Procura di Vallo Lucania (che ha parlato di edema) e ne ha formulata una diversa, accogliendo alcuni rilievi degli avvocati difensori. L’imputazione di sequestro di persona è stata cancellata, la morte come effetto di un altro reato trasformata in omicidio colposo. E tra i familiari di Mastrogiovanni, il maestro anarchico ricoverato il 31 luglio 2009 e deceduto nella notte tra il 3 e il 4 agosto successivo nel reparto di psichiatria dell’ospedale ‘San Luca’ di Vallo della Lucania – in seguito chiuso – si fa largo l’amarezza. Sfogata a caldo nelle interviste alle tv locali: “Oggi sarebbe stato il suo compleanno – dice la sorella Caterina – e sono addolorata e sconfortata per aver sentito il pm in aula giustificare il Tso e la contenzione che ne hanno preceduto la morte”. L’ex sindaco di Montecorice Giuseppe Tarallo, del comitato ‘Verità e Giustizia per Franco’, ha definito “inopportuna” la scelta del procuratore capo Giancarlo Grippo di affidare il processo a un sostituto che negli anni scorsi chiese e ottenne la condanna in primo grado proprio di Mastrogiovanni per aver oltraggiato dei carabinieri. Condanna annullata nei successivi gradi di giudizio.

Del caso Mastrogiovanni Il Fatto Quotidiano scrisse verso la fine del 2009, e in questi giorni l’Espresso lo ha rilanciato mettendo in rete i filmati dell’agonia dell’uomo, ripresa dalle telecamere a circuito chiuso del reparto di psichiatria: 65 file video sequestrati dalla Procura nei giorni successivi e masterizzati in un dvd che è la prova regina di un processo in corso da venti udienze davanti al giudice monocratico Elisabetta Garzo. Nei video si vede Mastrogiovanni mai liberato dai legacci sanitari che lo hanno tenuto inchiodato al letto per più di tre giorni. L’uomo si agita, si dimena, o si calma, a seconda dell’orario, del livello di stanchezza e del trattamento farmacologico. Spegnendosi a poco a poco. La morte sopraggiunse nella notte, i medici la certificarono avvenuta in mattinata, nella cartella clinica non c’è traccia dell’uso dei legacci di contenzione. Di qui l’ulteriore l’imputazione di falso ideologico.

Il processo è giunto agli sgoccioli. Martedì 2 ottobre è stato il giorno della requisitoria. Iniziata dal pm con un riferimento “alla cappa mediatica che ci attanaglia”, ovvero al video dell’Espresso che ha rinnovato l’attenzione di tv e giornali sulla storia triste e dolorosa di un uomo malato e morto in circostanze disumane. In tre ore il magistrato ha narrato in sequenza cronologica della tappe della vicenda. Focalizzando alcuni punti fermi: Mastrogiovanni era un uomo con problemi psichici acclarati, la ricostruzione degli eventi del 31 luglio – la guida contromano su un isola pedonale di Pollica, la fuga dai medici e dalle forze dell’ordine che volevano bloccarlo – è attendibile e dunque il Tso era necessario; la contenzione è una prassi medica comprensibile in questi casi.

Secondo il pm vanno puniti solo i medici e gli infermieri in servizio dal 3 agosto in poi. Quando Mastrogiovanni avrebbe dato i primi segnali dei problemi cardiaci in atto. Segnali che il personale medico e paramedico avrebbero sottovalutato, cagionandone la morte. La pena più severa è stata chiesta per il primario, Michele Di Genio: 3 anni per omicidio colposo e 1 anno e 4 mesi per la cartella clinica truccata. Quel giorno era in ferie, ma venne a trovare Mastrogiovanni al reparto, si sincerò delle sue condizioni. In uno dei video si vede Di Genio a colloquio per qualche secondo con Mastrogiovanni e stringergli la mano. Richieste di condanna leggermente più leggere per gli altri medici: Angela Anna Ruberto, Americo Mazza, Rocco Barone, Raffaele Basso (quest’ultimo risponde solo della cartella clinica), e per sei infermieri che quel giorno si trovarono ad assistere Mastrogiovanni e non compresero la gravità di quel che stava accadendo. Del resto, legare i malati ai letti del reparto di psichiatria di Vallo della Lucania era una prassi diffusa: il pm ha prodotto in aula 22 cartelle cliniche di pazienti sottoposti alla contenzione. Uno di loro era il compagno di stanza di Mastrogiovanni, che si ricoverò volontariamente. A lui legarono solo le mani. Così – lo ha spiegato nel processo – una notte riuscì coi piedi ad avvicinare al letto il tavolino dove stava poggiata una bottiglia d’acqua. E in qualche modo l’afferrò e si dissetò. Mastrogiovanni non ebbe questa fortuna.

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Ora processano Mastrogiovanni

di Ermanno Forte
Requisitoria da anni ’50 nel dibattimento sull’omicidio del maestro: il pm difende gli imputati e se la prende con le ‘bizzarrie’ della vittima

Non c’è stato sequestro di persona perché la contenzione è un atto medico e quindi chi ha lasciato un uomo legato mani e piedi a un letto, per oltre 82 ore, ha semplicemente agito nell’esercizio di un diritto medico. Al massimo ha ecceduto nella sua condotta, ma questo non basta a considerare sussistente il reato di sequestro. E’ questa la considerazione centrale della requisitoria formulata da Renato Martuscelli al processo che vede imputati medici e infermieri del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, per la morte di Francesco Mastrogiovanni.

Per il pubblico ministero decade dunque il capo d’imputazione principale contestato ai sanitari, e di conseguenza anche quello ad esso collegato, la morte come conseguenza di altro delitto. Martuscelli ha così derubricato quest’ultima imputazione, chiedendo invece la condanna per omicidio colposo dei soli medici e infermieri in servizio il 3 agosto del 2009, l’ultimo giorno di agonia del maestro cilentano (che muore alle 2 di notte del 4 agosto). Nel dettaglio: tre anni di reclusione per Michele Di Genio, il primario del reparto; due anni e sei mesi per Americo Mazza e Rocco Barone e due anni e sette mesi per Anna Ruberto (i tre medici in servizio quel giorno).

Il pm ha contestato l’omicidio colposo anche ai sei infermieri in servizio il 3 agosto (Antonio De Vita, Antonio Tardio, Alfredo Gaudio, Antonio Luongo, Nicola Oricchio e Raffaele Russo), per i quali ha chiesto la condanna a due anni. In sostanza Martuscelli sostiene che chi era di turno l’ultimo giorno di vita di Mastrogiovanni avrebbe dovuto accorgersi del peggioramento delle sue condizioni. E che l’unica colpa penalmente rilevante dei sanitari di quel reparto sia questa.

Viene invece confermata per tutti i medici l’accusa di falso in atto pubblico, per non aver registrato la contenzione sulla cartella clinica: Martuscelli ha chiesto condanne per un anno e due mesi di carcere (oltre che per i tre medici sopra citati, anche per Michele Della Pepa e Raffaele Basso), eccezion fatta per il primario Di Genio (la richiesta è di un anno e quattro mesi).

Il pm ha dunque in gran parte sconfessato l’impianto accusatorio imbastito nella fase delle indagini e di richiesta di rinvio a giudizio da Francesco Rotondo, il magistrato che sin dall’inizio ha lavorato sul caso, disponendo l’immediato sequestro del video registrato dalle telecamere di sorveglianza del reparto psichiatrico, e che poi è stato trasferito.

Nella prima parte della requisitoria – durata un paio d’ore, davanti al presidente del tribunale Elisabetta Garzo – Martuscelli si è soffermato a lungo sui verbali di carabinieri e vigili urbani relativi alle ore precedenti al ricovero (quelli dove si descrivono le reazioni di Mastrogiovanni alla ‘cattura’ avvenuta sulla spiaggia di San Mauro Cilento e le presunte infrazioni al codice della strada commesse dal maestro), oltre a ripercorrere la ‘storia sanitaria’ di Mastrogiovanni, già sottoposto in passato a due Tso, nel 2002 e nel 2005.

“Una buona metà dell’intervento del pm è stata dedicata a spiegare al tribunale quanto fosse cattivo e strano Franco Mastrogiovanni” commenta Michele Capano, rappresentante legale del Movimento per la Giustizia Robin Hood, associazione che si è costituita parte civile al processo “sembrava quasi che l’obiettivo di questa requisitoria fosse lo stesso maestro cilentano, e non i medici di quel reparto”.

Il processo continuerà il 16 ottobre, con l’arringa di Caterina Mastrogiovanni, l’avvocato dei familiari della vittima, e dei legali delle parti civili. A seguire ci saranno le arringhe dei difensori degli imputati, fino alla pronuncia della sentenza, prevista per il 30 ottobre.

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