I negoziati tra Colombia e Farc e l’occasione di Castro e Chávez

È ufficialmente iniziato a Oslo il dialogo tra le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejercito del Pueblo (Farc) e il governo del paese andino, attualmente presieduto da Juan Manuel Santos, per porre fine a un conflitto che dura dal 1964. La Norvegia e Cuba – dove avranno luogo i successivi incontri tra le parti – sono paesi garanti del processo di pace, mentre il Cile e il Venezuela sono “paesi accompagnanti”. L’esito di queste trattative dipende principalmente da Bogotá e dalla guerriglia, due entità tutt’altro che monolitiche, ma la loro evoluzione avrà un effetto anche sulla Cuba dei fratelli Castro e sul Venezuela del rieletto Hugo Chávez.

Il governo e le Farc hanno concordato durante un incontro estivo a L’Avana un’agenda in 5 punti da cui iniziare il negoziato. Questi punti sono: lo sviluppo rurale (la riforma agraria è una rivendicazione storica della guerriglia), la partecipazione politica, la fine del conflitto armato (che implica la restituzione delle armi e l’integrazione dei guerriglieri nella vita civile), il problema delle droghe (sostituzione delle coltivazioni illegali, stop alla produzione e vendita di stupefacenti) e quello delle vittime (si discuterà di diritti umani e si cercherà di stabilire la verità). Ognuno di questi temi presenta varie incognite ed elementi che potrebbero far naufragare il dialogo, come è già accaduto in passato.

Oltre all’incontro dello scorso agosto, dopo l’apertura formale dei colloqui a Oslo il resto della trattativa si svolgerà a Cuba. Per il regime – in particolare per Fidel Castro – sarebbe una vittoria diplomatica se il governo colombiano e la guerriglia di ispirazione marxista-leninista arrivassero a un accordo definitivo. Da poco dopo il trionfo della rivoluzione castrista (1959) alla fine della guerra fredda il governo comunista di L’Avana è stato considerato una minaccia alla pace e alla stabilità mondiale, per via dei suoi legami con l’Unione Sovietica e del suo attivismo economico, politico e militare, non confinato all’emisfero occidentale.

Il negoziato tra Farc e Bogotá, nel quale l’isola ha la stessa qualifica di un paese simbolo della pace come la Norvegia, è l’occasione per emendare questo giudizio. Venticinque anni dopo l’assegnazione del Nobel per la pace ad Oscar Arías e 50 anni dopo la crisi dei missili, Castro potrebbe avere un ruolo simile a quello del presidente costaricano, la cui mediazione fu decisiva per terminare i conflitti in America Centrale. Il líder máximo non ha mai avuto rapporti calorosi con le Farc e ha reso nota da anni (anche attraverso un libro) la sua opposizione al proseguimento della lotta armata. Per motivi anagrafici e di salute, è lecito ritenere che il processo di pace in Colombia sia una delle ultime grandi avventure di politica estera in cui si imbarca Cuba mentre Fidel è ancora in vita: se questi riuscisse a indirizzare le trattative verso il successo, il giudizio complessivo sulla sua figura non potrebbe non tenerne conto.

Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha aspirazioni solo in parte simili. Anche lui potrebbe rivendicare parte del merito di un’eventuale fine del conflitto colombiano: il suo nuovo atteggiamento nei confronti del governo della Colombia e delle Farc stesse da quando a Bogotá è stato eletto Juan Manuel Santos è evidente. Questo cambiamento deve molto all’ex ministro della Difesa di Uribe, che una volta divenuto presidente ha adottato una linea conciliatoria nei confronti di Caracas. D’altra parte, il mutato contesto internazionale ha spinto lo stesso Chávez a riavvicinarsi alla Colombia, data l’impossibilità di perseguire sogni di grandeur emisferica. Il Venezuela, una volta santuario delle Farc, è diventato in poco tempo un alleato del governo della Colombia, verso cui ha iniziato a estradare membri della guerriglia e narcotrafficanti.

In caso di successo del processo di pace, Chávez avrebbe quindi buon gioco a esaltare il ruolo del suo paese come facilitatore e mediatore-chiave. Otterrebbe così anch’egli, come Castro, una vittoria diplomatica con cui distrarre e consolare i fautori dell’ormai irrealizzabile (in politica estera) progetto bolivariano.

Il buon esito delle trattative tra Farc e governo della Colombia avrebbe per il Venezuela anche una decisiva ricaduta pratica: contribuirebbe al ritorno della pace e della stabilità lungo gli oltre 2 mila chilometri del confine. Su questa zona i rispettivi Stati faticano ad esercitare la loro autorità: il contrabbando è florido, guerriglie e paramilitari agiscono indisturbati, si moltiplicano le violazioni dei diritti umani patite dai civili; in Venezuela ci sono attualmente oltre 200 mila profughi colombiani, di cui solo una minoranza è stata ufficialmente accettata con lo status di rifugiato da Caracas.

La risoluzione del conflitto faciliterebbe anche l’interscambio commerciale: questo, che era superiore ai 7 miliardi di dollari nel 2008, era precipitato sotto i 2 miliardi di dollari nel 2010, dopo che il raid colombiano in Ecuador contro un capo delle Farc aveva suscitato l’ira di Chávez e il raffreddamento delle relazioni bilaterali. Quella cifra sta lentamente crescendo e l’eventuale pace in Colombia alimenterebbe la ripresa; oltretutto, il Venezuela può sfruttare il paese vicino come base per far arrivare più rapidamente il suo petrolio alla Cina.

La Colombia sarebbe, naturalmente, il principale beneficiario di un accordo di pace condiviso e duraturo; il suo futuro è principalmente nelle mani del suo governo e delle Farc. Fidel Castro e Hugo Chávez hanno però un ruolo in queste trattative, e tutto l’interesse a che vadano a buon fine.

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