Sulle orme della bamba(da bonvivre.liberoreporter)

Sulle orme della bamba
(da bonvivre.liberoreporter)




Intervista a Paolo Berizzi, autore del reportage che segue le rotte della coca attraverso le vite dei suoi schiavi

Un cocalero, uno dei tanti che vivono in Sud America, deve raccogliere dai 300 ai 500 chili di foglie di coca per produrre – dopo averle sminuzzate, trattate con acqua, benzina e calce – un chilo di cocaina grezza. Quel chilo, che in Colombia si acquista con circa 3 mila euro, a Milano ne vale 225mila. Il lavoro del cocalero invece, che è fatto di fatica, rischi di agguati da parte dell’esercito o di guerriglieri, rende 15 milioni di pesos l’anno, circa 6500 euro. Fanno 553 euro al mese, 17 euro al giorno. Con questi deve vivere tutta la sua famiglia. Per lui coltivare banane o caffè, invece della coca, sarebbe lo stesso. Ma di banane non si vive. E così, insieme ad un esercito di altri cocaleros, costituisce l’ingranaggio di base dell’enorme macchina di morte del commercio mondiale di cocaina, un business enorme che lascia ai contadini solo le briciole, e riserva a narcos e organizzazioni criminali (tra cui le italiane camorra e mafia, ma soprattutto ‘ndrangheta), le fette più grandi di una torta per cui ogni anno si uccidono migliaia di persone.

Parte dal cuore della foresta Amazzonica l’inchiesta di Paolo Berizzi e Antonello Zappadu racchiusa nel libro “La Bamba”, un viaggio sulle tappe che percorre un grammo di coca dalla sua culla – il Sud America – fino a Milano, una città che “con i suoi 125mila consumatori occasionali e 25mila abituali, con le sue 10mila dosi quotidiane che diventano 15mila nel fine settimana”, si è guadagnata l’appellativo di “Coca City”.

L’inchiesta di Berizzi è il frutto di anni circa tre anni di lavoro, ricerche ed impegno sul campo. L’autore – inviato de La Repubblica e già autore di altri libri inchiesta come “Bande Nere” (2009) e “Morte a 3 euro” (2008) – ha saputo raccontare in maniera nitida e scevra da pregiudizi le esistenze di coloro i quali vivono di coca a tutti i livelli della sua filiera produttiva; partendo da chi sminuzza foglie in una baracca nella foresta arrivando fino a chi sniffa polvere bianca in uno dei tanti privè del capoluogo lombardo. Raccontando tutto quello che c’è nel mezzo.

Discutendone con Paolo Berizzi, abbiamo avuto la possibilità di andare più a fondo nelle pieghe di un reportage che apre gli occhi su una realtà spesso sconosciuta, sulle rotte di quella che ormai è diventata “la droga per eccellenza”.

Perché un’inchiesta su questo argomento?

Perché è di strettissima attualità, e la coca – purtroppo – fa sempre più parte del nostro quotidiano. Anche il consumo in questi anni si è trasformato, diventando non solo più ampio, ma anche più trasversale. La coca non è più la “droga di elite” degli anni passati ed è ormai dappertutto, essendo totalmente sfuggita alla forze dell’ordine. E se, da un lato, è cambiato il tipo di consumatore, dall’altro stanno cambiando anche i profili di chi la spaccia: a Milano ad esempio, a differenza di Napoli, non esistono “fortini” dello spaccio, e chi la vende può essere chiunque: un collega, un ingegnere, il tuo capo….
Ero stanco di leggere saggi sulla coca pieni di numeri, volevo raccontarla in presa diretta, con il supporto della fotografia: immortalare il viaggio della coca, dalle foreste sudamericane a Milano, raccontando le esistenze di chi vive di cocaina. Da chi la coltiva a chi la raccoglie, da chi la trasporta a chi la consuma”.

Quali le difficoltà maggiori incontrate nel viaggio?

Le difficoltà sono state moltissime, e lo avevamo messo in conto. Alcuni luoghi restano inviolabili. È andato tutto bene grazie ai buoni contatti di Antonello, che vive in Colombia, ma avevamo preventivato che qualcosa si potesse inceppare, in qualsiasi momento. Fortunatamente non è stato così.

Si può dire che la guerra alla coca sia una guerra persa?

Se guardiamo in dati, ci rendiamo conto che il Plan Colombia, voluto da Clinton nel 1999, ha fallito. Si era posto l’obiettivo di ridurre del 50% la produzione di coca, il risultato è stato un aumento del 27% delle coltivazioni. Il motivo è semplice: non è stata data nessuna alternativa ai campesinos che producono coca. Sono stati messi nella condizione di non poter scegliere. Pur non rendendoli ricchi come i trafficanti, la produzione di foglie di coca consente ai contadini di vivere, cosa non possibile se coltivassero banane o caffè.

Alla luce di quello che hai visto e documentato, quali potrebbero essere gli scenari futuri del commercio di cocaina?

Se non si cambia il tipo di strategia e di guerra alla coca, si assisterà ad una diffusione ancora più massiccia della sostanza. Oltre ai mercati tradizionali se ne aggiungerebbero altri: penso alle nazioni Scandinave, ad esempio, o ai Paesi asiatici – Giappone e Cina – finora ai margini del commercio e che rappresentano piazze miliardarie e appetibili per i narcos, che sono sempre più organizzati. In questo scenario tragico poi, non dobbiamo dimenticare una cosa: anche se il consumo di eroina è in calo, la produzione non è interessata invece da alcuna flessione. Ci sono infatti montagne di eroina in Afghanistan e negli altri Paesi produttori del Medio Oriente, che non aspettano altro che la domanda torni alta.

Fulvio D’Andrea

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