Che pacco il pacchetto lavoro

Che pacco il pacchetto lavoro

di Francesco Colonna

Scoccia dirlo ma questa volta ha ragione la Santanchè: le misure contro la disoccupazione sono come un’aspirina data a un malato terminale. Pochissimi i giovani che ne trarranno beneficio e anche per loro non si tratta che di spiccioli

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Hanno ragione Enrico Letta quando sostiene che il pacchetto lavoro licenziato dal Consiglio dei Ministri e che dovrebbe favorire circa 200mila persone rappresenta «un colpo duro alla piaga della disoccupazione giovanile» e Angelino Alfano che ha parlato di «un gol del governo sul tema del lavoro», oppure ha ragione quella parte del Pdl che, per bocca di Daniela Santanchè, ha definito il provvedimento «un’aspirina per malati gravi, una misura troppo tiepida rispetto ai bisogni reali di famiglie, imprese e lavoratori»? Il sospetto che le misure prese siano inadeguate e troppo timide, forse addirittura controproducenti, stavolta sembra più che fondato. Soprattutto se si considera che il mostro da combattere, la disoccupazione, nel primo trimestre di quest’anno ha toccato quota 12,8%, la più alta da 36 anni, e tra i giovani fino ai 24 anni ha raggiunto la sconfortante percentuale del 41,9%, quando solo 12 mesi prima era del 35,9%.

Intendiamoci: se si decide, come Letta ha deciso, di rispettare i fortissimi vincoli di bilancio richiesti da Bruxelles e quindi di «non creare nuovo debito», come ha dichiarato lo stesso presidente del Consiglio, avere trovato la copertura per finanziare anche i soli 1,5 miliardi del pacchetto è già un mezzo miracolo. Anche perché il governo deve far fronte pure al rinvio di tre mesi dell’aumento dell’Iva, come richiesto dal Pdl. Ma tanta fantasia contabile, forse, non è stata accompagnata da un’equivalente dose di lucidità.

Gli incentivi alle assunzioni infatti hanno caratteri molto, forse troppo restrittivi: durano soltanto 18 mesi per i neoassunti o 12 mesi per i contratti a termine trasformati in contratti a tempo indeterminato, hanno un tetto massimo mensile di 650 euro a lavoratore e riguardano unicamente i giovani dai 18 ai 29 anni, prevalentemente del Sud, che soddisfino ad almeno una di queste tre condizioni: siano disoccupati da almeno sei mesi, abbiano una o più persone a carico o non abbiano studiato oltre la licenza media. Proprio quest’ultimo requisito appare poco condivisibile. Capiamo la preoccupazione del governo di andare incontro ai più svantaggiati. Ma il modello che inevitabilmente questo genere di provvedimenti favorisce è quello di un Paese che penalizza istruzione e specializzazione. Con il rischio, come sottolineano gli economisti euroscettici, che l’Italia si allontani dal centro dell’Europa, dove la percentuale di laureati è molto più alta, e ne diventi sempre di più la periferia, dove i Paesi “forti” possono pescare manodopera a basso costo.

«Un altro punto debole di questi incentivi», ha sottolineato subito un esperto di mercato del lavoro come Tito Boeri, «è che sono temporanei. Quando si hanno poche risorse da distribuire è meglio che vengano concentrate in pochi provvedimenti di lunga durata, come poteva essere un sussidio permanente per le retribuzioni più basse. Altrimenti c’è il rischio che gli incentivi, distribuiti su troppi interventi e per periodi limitati, si esauriscano senza avere inciso sull’economia reale. Insomma, che siano soldi buttati via». E se per gli under 30 le misure sono timide, per un’altra categoria che sta subendo in modo particolare la recessione, i cinquantenni senza lavoro da almeno 12 mesi, il decreto legge stanzia risorse così modeste (2 milioni di euro annui fino al 2015 per consentire agli enti pubblici di “corrispondere le indennità per la partecipazione ai tirocini formativi”) che si può facilmente prevedere un impatto bassissimo sull’economia.

Bene invece (almeno sul piano etico) alcune misure minori, come il rifinanziamento di 22 milioni del fondo per l’assunzione dei lavoratori disabili e l’aumento delle multe per le imprese che disattendono le norme in tema di igiene, salute e sicurezza sul lavoro.

Troppo poco, comunque, per promuovere un decreto certamente inadeguato rispetto alle esigenze della nostra disastrata economia. C’è da sperare che la discussione in aula migliori il provvedimento.

Ma soprattutto che Enrico Letta sappia porre seriamente il tema del lavoro e dell’occupazione in Europa, dove, ha dichiarato, «darò battaglia». Resta da capire come questa battaglia possa essere combattuta se il premier non intende mettere in discussione il tetto del 3% del deficit sul Pil, come ha assicurato la scorsa settimana al presidente della Commissione Ue Barroso: ormai anche numerosi economisti non keynesiani concordano sul fatto che, continuando sulla strada dell’austerità e senza una iniezione di denaro pubblico, lavoro e occupazione in Italia, e in tutti i Paesi periferici dell’Eurozona, continueranno inesorabilmente a diminuire.

 

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