Se una madre si infila il burka e va a riprendersi la figlia rapita dal marito

cd3fbb0f9eLa storia di una inglese convertita all’Islam che organizza un blitz in Egitto per riportare a casa la bambina sottratta dal padre

MAURO PIANTA
ROMA

vatican indiderMai sottovalutare una madre ferita. Mai. Prendete la storia di Alex Abou-El-Ella, 29enne inglese di origini polacche, residente a Slough nella contea di Berkshire, non distante da Londra. Nei primi mesi del 2009 conosce un giovane egiziano che vende cibo su una bancarella. Si innamorano, vanno a vivere insieme e a settembre si sposano. Giusto tre mesi prima che nasca la loro bambina, Mona. Nel frattempo Alex si è convertita dal cattolicesimo all’ Islam anche se, raccontano i giornali inglesi, non avrebbe mai partecipato a riti e pratiche della nuova religione.  Dopo un anno dalla nascita della bambina, Mustafa – questo il nome del marito – sparisce con la piccola. Aveva deciso di andarsene, portandosi in Egitto la figlia. Senza avvisare, senza spiegare. Perché quella figlia era “sua”.

Negli anni successivi Alex riesce a parlare al telefono qualche volta con la bambina che oramai vive con i parenti del marito e che comincia ad esprimersi solo in arabo. «Ero disperata – ha raccontato la donna  al Sunday People – anche perché lui minacciava ogni volta che quella sarebbe stata l’ultima telefonata. Ne ho parlato con la polizia inglese ma loro mi hanno sempre ripetuto di non poter intervenire».

Sembrava finita, invece Alex conosce Donya Al-Nahi, una scrittrice di origine scozzesi convertitasi all’Islam. Quella donna ha aiutato decine di altre madri a ritrovare figli rapiti dai padri musulmani. La scrittrice riesce a rintracciare la bambina nella città di Kafr el-Dawwar. Alex decide di partire ignorando gli avvertimenti del Foreign Office che ricordano come l’Egitto, in questo momento, sia uno dei paesi meno sicuri al mondo. Alex non ci sente, sua figlia deve tornare a casa. Per farlo la donna non esita a ricorrere ad un travestimento. Sceglie di infilarsi un vestito islamico tradizionale, con tanto di burka. Si apposta, fin dal mattino, su un’auto insieme alla scrittrice e ad un autista di fiducia, aspettando la figlia davanti a un condominio. «L’ho vista uscire accompagnata da un ragazzo e  da una zia. Li ho seguiti, camminando dietro di loro. Quando sono arrivata a un metro di distanza, la bambina ha per caso allungato la mano: allora l’ho presa in braccio e ho cominciato a correre, inseguita dalle urla di quella parente». Alex corre, inciampa in quel vestito che non è abituata a indossare. Si rialza, riesce a raggiungere l’auto. Ma la portiera è bloccata. La parente si avvicina sempre più. Donya Al-Nahi, l’autrice, riesce finalmente  ad aprire la portiera. Uno stridio di gomme e l’auto infila la strada per l’aeroporto del Cairo. 

«La bambina urlava – ricorda Alex – era spaventatissima. Ci è voluto molto tempo per farle capire che quella specie di mummia stretta nel burka era davvero la sua mamma…». L’ultimo ostacolo sono la autorità aeroportuali. «Avevo con me il passaporto della mi prima figlia, di sei anni: è bastato anche perché ho corrotto un funzionario con del denaro. Ma senza Donya Al-Nahi non ce l‘avrei mai fatta». «No – ha replicato la scrittrice – il vero eroe è stata Alex». O forse non c’è nessun eroe, ma solo bambini che pagano colpe non loro.     

 

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