Colombia, la rivolta dei campesinos

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Il “paro agrario” potrebbe riscrivere la storia della futura Colombia

DI ANTONELLO ZAPPADU ❚ Cali, 29 agosto 2013. Carlos Martinez Robajo è un contadino di Palmira. Ha sempre fatto il contadino, lui come suo padre, il padre come suo padre. Da come vesto, da come mi muovo, mi chiede cosa ci faccia nel contesto del suo corteo. Non si mostra comunque stupito che un giornalista Italiano segua il corteo, anzi, mi dice “c’è l’aspettavamo, ci sembrava strano che nessuno di voi si accorgesse di cosa sta succedendo. La nostra è una lotta per la sopravvivenza, è una lotta di tutti i campesinos del sud-America. Quello che stiamo subendo noi oggi, da diversi anni lo hanno subito e lo stanno subendo in Schermata 2013-09-05 a 03.39.01Ecuador, Bolivia, Perù, in centro-America. E tra poco lo subirete anche voi in Europa”. Gli chiedo cosa si aspettano da Santos? “Niente, cosa vuoi che ci aspettiamo da un Presidente che sta svendendo pezzo a pezzo questa Nazione alle multinazionali minerarie, vedi io faccio il contadino perché ho ereditato la terra da una famiglia di contadini, se non fossi qui oggi a protestare, starei a tagliare la canna da zucchero, sempre lì nella terra, nello stesso posto che la vita ed i miei avi mi hanno lasciato in custodia.” La Colombia è terra andina, il 30 percento è montagna con una mezza dozzina di vette oltre i 5.000 metri tra le Cordilleras, le Sierras ed il maestoso Cristobal Colon. Il resto del territorio è un tappeto impenetrabile di verde. Per la sua orografia è stato piuttosto complicato realizzare una rete stradale efficace, in una Nazione dove comunque il Pil viaggia intorno al 5 percento di incremento annuo. Bloccare una sola arteria che dal sud che porta al nord significa bloccare l’intera Colombia, letteralmente imprigionare 47 milioni di abitanti. Figuriamoci bloccare, nello stesso tempo, tutte e tre le arterie nazionali. Dal 19 agosto il mondo “campesinos” sta bloccando le strade in tre punti se non vitali, comunque strategici, per l’intera Colombia. All’indomani del “paro del cafetal del Quindío” (la serrata-sciopero dei cafettari nella regione più importante della Colombia) dell’estate del 2012, il presidente in carica della Colombia, Manuel Santos annunciava che non avrebbe più accettato nessun blocco stradale per nessuna ragione al mondo. La verità è raramente prua, mai semplice e, dopo poco più di un anno, il muro contro muro tra Santos e i campesinos è ripreso, alla data prestabilita dai sindacati agricoli colombiani, e si sta allargando nel tempo e nello spazio. Ieri a Cali e non solo, si sono svolte diverse manifestazioni. I campesinos sono arrivati alla spicciolata dai piccoli centri limitrofi; centri dove l’agricoltura è pur sempre la principale risorsa economica per le famiglie. Qui, capoluogo del Valle con 2,5 milioni di abitanti, l’appuntamento era per le 11 del mattino al “monumento della solidarietà”. Ad attenderli ingenti forze di polizia e i reparti Esmad corazzati alla maniera dei black bloc, una sorta di robocop, che mettono paura solo a vederli. La manifestazione, comunque è filata liscia, senza incidenti, sotto un sole che Schermata 2013-09-05 a 03.38.50avrebbe ucciso un tucano all’ombra. In diecimila in realtà, 5 mila manifestanti per le forze dell’ordine (tutto il mondo è paese), hanno percorso i chilometri di strada che, da Avenida 3 del nord, li ha portati in pieno centro sotto il palazzo del potere in Piazza San Francisco. Le rivendicazioni sono quelle insite nel processo di globalizzazione agricola. I campesinos rifiutano ogni accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, rifiutano l’impiego dei transgenici, quindi nessun obbligo all’acquisto della semiglia Ogm. Gli slogan sono la parte più significativa della manifestazione, quelli contro gli accordi di libero scambio i più gettonati, un po’ meno le altre rivendicazioni sindacali. Ogni tanto scappa un grido isolato di “evviva Hugo Chávez”. Uno striscione alla testa del corteo chiede la liberazione di Huber Ballesteros, un leader campesinos e dirigente sindacale del Comitato esecutivo Nazionale del Cut, accusato di ribellione e di aver finanziato gruppi terroristici. Una montatura della polizia e della magistratura, secondo il movimento sociale e politico della Marcha Patriótica, che accusa le autorità di aver arrestato il leader sindacale per il suo impegno al “paro nacional agrario y popular”. Non è una protesta isolata, la gente comune, i commercianti, i venditori ambulanti, gli impiegati, gli studenti plaudono al passaggio del corteo, come se un sodalità diffusa voglia far proprie le ragioni di questo malessere . Cali è una città dalle mille risorse. A luglio si sono svolti i “Giochi Mondiali 2013” i cosiddetti giochi di serie B, con diverse rappresentanze da tutto il mondo. La città, che sta vivendo un momento economico difficile, con pessimi risultati cerca, in ogni modo, di darsi una parvenza di città turistica. Il narcotraffico blocca qualsiasi investimento straniero. Le banche sono costrette a far da “gendarme” ad ogni dollaro che entra nel paese. La cocaina in Colombia fattura 350 miliardi di dollari (che vale circa il 90% del Pil del Paese), ma solo il 2,7 percento rimane in Colombia, il resto si volatilizza nei mille rivoli della malavita organizzata. Carlos mi spiega anche il nefasto rapporto con i cocaleros, contadini e faticatori come loro ma vessati dal raccolto clandestino. “Per mia fortuna a Palmira, dove abito, il coltivo della foglia di coca è minimo se non inesistente. I miei confinanti lavorano tutti la terra come me, in modo onesto. Avere un cocaleros confinante è una locura, un tempo affumicavano con veleni i coltivi, è una pratica che comunque si attua ancora nelle zone impervie come l’amazzonia. E il gas non fa distinzione tra la foglia di coca e il banano. Distrugge tutto. Ho un cugino (mi dice tutto di lui, ma preferisco non rivelarne identità e luogo di origine), che aveva come confinante un cocaleros, individuato dall’alto il campo di coca, dall’esercito è partito l’ordine di affumicare il campo che ha distrutto tutta la piantagione di papaya e di ananas di mio cugino. Rovinato, Schermata 2013-09-05 a 03.38.23l’hanno rovinato, così anche lui ora anche lui coltiva coca.” Una rivolta, come diceva cinquanta anni fa Martin Luther King, è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato. E così Santos, il presidente, ha sepolto l’ascia di guerra ed incontra regolarmente le rappresentanze sindacali del Paro al tavolo delle trattative. Ha capito che la forza bruta non paga sul popolo che non ha più niente da perdere, la vita del campesinos è difficile se non misera, devono combattere contro ogni sopruso dello Stato, spesso tiranno, e della guerriglia che gli complica ancor di più la vita. Con un comunicato stampa Santos accetta il dialogo, dà rilievo alle motivazioni dei contadini. La protesta, per ora è circoscritta a poche città, quelle più esposte nella produzione del caffè. Ma il rischio che possa diffondersi a macchia d’olio in tutto il paese la farebbe diventare ingovernabile. C’è chi pensa che Santos più che alle rivendicazioni del fronte dei campesinos, pensi alle presidenziali del 2014. Un Paese dove il tasso di astensionismo è oltre il 50%, solo 14,7 milioni su quasi 30 milioni aventi diritto, hanno votato alle ultime elezioni presidenziali. Il vero rischio è che possa succedere quel che è successo sin dal 2000 nella vicina Ecuador. Lì i campesinos, nonostante le ancestrali e diversificate etnie indio, si sono riunificati ed organizzati ed hanno preso consapevolezza che un voto collettivo ed unito avrebbe eletto un presidente indio, uno del popolo. Ed è stato così che, dal 2003 e senza soluzione di continuità, l’Ecuador ha uno di loro che li governa. In Colombia, come in tutta l’America Latina, la maggior parte degli aventi diritto al voto appartiene alle fasce emarginate e più disagiate della popolazione. Per lo più sono quelli che non vanno a votare. E questo, Santos lo sa bene. E quel che teme non sono certo gli scioperi o le proteste contro gli Ogm e gli Usa, ma un voto consapevole, unito e maturo che, in sol giorno, spazzerebbe via lui e tutti i suoi potenziali eredi, per scrivere o riscrivere una nuova storia anche qui in Colombia.

 

 

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