Don Cannavera, il prete anti-Barracciu

sardinia postÈ la fase tre di Don Ettore Cannavera. La fase tre dall’inizio dell’estate, quando il prete degli ultimi, fondatore della comunità “La Collina”, divenne il candidato in pectore del centrosinistra, su proposta del sottosegretario Paolo Fadda. Poi il niet del Vaticano e un lungo silenzio. Un mese fa il ritorno ufficiale alla politica attiva, ma dall’altra parte della barricata, quella di chi vuole «fare da sentinella ai partiti»: don Cannavera scelto come guida morale di “Terra di pace, istruzione, lavoro, solidarietà”, il movimento politico-culturale animato da intellettuali, giornalisti e avvocati. Obiettivo: inaugurare una nuova stagione della res publica. In quell’occasione, don Ettore lanciò un primo monito: «Fuori gli indagati dalle istituzioni». Parole dure che l’hanno trasformato – fino a suscitare l’irritazione del Pd – nel leader spirituale della fronda antiFrancesca Barracciu, la candidata governatrice accusata di peculato nell’inchiesta sui fondi ai Gruppi. Insomma, al linguaggio del movimento, un linguaggio alto e carico di valori, si affianca una sintesi brusca sulle candidature per le Regionali. Don Ettore invita i partiti a trovare «anche altri nomi».

Schermata 2013-11-29 a 18.26.45Don Cannavera, non solo “Terra di pace, istruzione, lavoro, solidarietà”, ma anche definitivo stop alla Barracciu?

«Assolutamente “no”. Noi non siamo qui per frammentare il centrosinistra, ma per unirlo».

Facendo piazza pulita degli indagati?

«Il mio, e il nostro, è stato solo un suggerimento, un punto di vista. Una battuta rivolta sì alla politica, ma in una fase successiva rispetto alla dichiarazione del nostro primo intento che resta quello di riformare la gestione della res publica. La Barracciu è liberissima di non accogliere la nostra proposta. Ma i cittadini chiedono candidati non sfiorati da alcun sospetto, da alcuna inchiesta. Per questo pensiamo che si debbano fare anche altri nomi».

Lei che alternative propone?

«Questo compito spetta i partiti. Io nomi da fare non ne ho, e neanche il nostro movimento ne ha. Di certo, viviamo tempi in cui si tocca con mano una disaffezione diffusa verso la politica, è un rischio non ascoltare il richiamo della società civile».

Quale richiamo?

«Ai cittadini resta il dubbio che gli indagati siano colpevoli, quindi non vanno a votare. La gente si chiede sempre se le persone sotto inchiesta abbiano davvero rubato o meno».

La Barracciu cosa dovrebbe fare?

«Vorrei dicesse che è candidata con riserva. Tra pochi giorni, peraltro, verrà interrogata in Procura. Sarà l’occasione perché chiarisca la propria posizione. Altrimenti potrà dare un diverso contributo».

Resta il fatto che lei, a nome di “Terra e pace”, ha preso carta e penna e scritto a tutti i partiti del centrosinistra che si oppongono alla candidatura della Barracciu.

«Io mi sono limitato a invitarli al nostro secondo incontro del 6 dicembre, dopo che sono stati loro a contattarci. Hanno chiamato me o altri rappresentanti del movimento, come il professor Silvano Tagliagambe e i giornalisti Giancarlo Ghirra e Ottavio Olita».

Il 6, sempre a Serdiana, ci saranno il Partito dei Sardi con i due fondatori Paolo Maninchedda e Franciscu Sedda, più Sel, Rossomori, Centro Democratico e Irs. Conferma?

«Confermo. Tuttavia, noi non chiudiamo la porta a nessuno. Io, come è noto, sono legato al centrosinistra, ma visto che la questione morale è una pre-condizione della politica, siamo pronti a confrontarci con tutti, anche con gli esponenti del centrodestra. Se il presidente Cappellacci vuole partecipare, noi siamo ben lieti di accoglierlo».

Dopo il suo monito sugli «indagati fuori dalle istituzioni», non è stato chiamato dal segretario del Pd Silvio Lai?

«No».

E dalla Barracciu?

«Nemmeno. L’avevo sentita e incontrata prima. Comunque, mi ha telefonato anche Michela Murgia, ho invitato pure lei all’incontro del 6».

Andrà?

«Non lo so. Sono invece sicuro che tanto a sinistra quanto a destra, si trovino sia persone capaci, competenti e pulite che politici a cui sta a cuore sistemare solo se stessi, non mettersi al servizio dei cittadini. Prima di conoscere i programmi dei vari partiti, a noi interessa che spieghino per chi vogliono governare: se per le lobby o per la Sardegna. In campagna elettorale, tutti si riempiono la bocca con la difesa degli ultimi. Ma appena conquistano la poltrona, usano il potere per difendere i primi. La cultura è una delle parole chiave del nostro manifesto e significa, appunto, cambiare l’approccio, ribaltando il piano degli interessi privatistici a favore di quelli pubblici».

Che differenza c’è tra il vostro movimento e un partito?

«I partiti sono portatori di interessi di parte, come dice la parola stessa. Noi ci occupiamo di politica, cioè della polis nella sua interezza. E vuol dire condividere una base comune di valori e di principi. Noi saremo al fianco dei partiti solo per controllarli».

Alessandra Carta

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