MARÒ GLACÉ -PENA DI MORTE O NO

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MARÒ GLACÉ – PENA DI MORTE O NO, GIRONE E LATORRE NON AVRANNO UNA SENTENZA PRIMA DI DUE O TRE ANNI

Il Ministero degli Interni, che chiede il pugno di ferro, e quello degli Esteri di New Delhi, che cerca una soluzione soft, battagliano sul destino dei marò – Anche se la vita dei due fucilieri è in mano alla magistratura – Ma non era meglio trattenerli in Italia, a dicembre dell’anno scorso?…

Francesca Paci per “La Stampa”

Esiste davvero il rischio che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i marò trattenuti in India dal febbraio 2012 con l’accusa di aver ucciso due pescatori al largo del Kerala, siano giustiziati, come ventilato dall’«Hindustan Times»?

Il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino esclude la possibilità della pena capitale avanzata dal quotidiano di Delhi, che ieri mattina aveva anticipato l’esito dell’inchiesta consegnata dalla polizia investigativa (National Investigation Agency) al ministero dell’Interno nella quale, in base a una dura legge contro la pirateria del 2002, sarebbe prevista la condanna a morte.

E il governo guidato dal premier Manmohan Singh conferma, smentendo l’ipotesi d’un epilogo tragico (ma non la notizia dell’«Hindustan Times») perché, come già affermato il 22 marzo dal ministro degli Esteri Salman Khushid, la pena capitale si applica solo «nei casi rari tra i più rari».

Eppure, interpellato da «La Stampa», il giornalista autore del retroscena insiste che la storia non è affatto chiusa perché la Corte, a cui spetta l’ultima parola, è indipendente dalla volontà politica. La giornata più lunga della diplomazia italo-indiana inizia con lo scoop dell’«Hindustan Times», secondo cui la Nia avrebbe deciso di applicare ai due fucilieri della petroliera Enrica Lexie la «Legge per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della navigazione marittima e le strutture fisse sulla piattaforma continentale» (Sua Act), l’unica che l’India può far valere al di fuori delle sue acque territoriali (l’incidente è avvenuto oltre, a 20,5 miglia dalla costa).

A reagire per prima è la Bonino che chiarisce come la possibilità della condanna a morte sia stata già «ufficialmente esclusa» e, poco dopo, l’inviato del governo Staffan De Mistura, interlocutore principale di Delhi durante l’intera vicenda, ribadisce che Roma aspetta «con grande attivismo e non con passività» preparando «strategie e contromosse adeguate nel caso in cui si passi da uno scenario a un altro».

L’India dal canto suo rassicura la Farnesina che Latorre e Girone non rischiano la vita, aggiungendo, scrive il sito dell’«Economic Times», di voler chiedere un parere legale alla Procura Generale. Ma il caso ormai è esploso e non solo a Montecitorio, dove il presidente di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa chiede fermezza anche a costo di ritirare l’Italia dalle missioni internazionali.

A spiegarci l’imbarazzo in cui si trova al momento Delhi è Saikat Datta, l’esperto di sicurezza nazionale dell’«Hindustan Times» che ha firmato il retroscena di ieri: «Esiste un contrasto tra il ministero degli Esteri indiano e il ministero dell’Interno, il primo vorrebbe che i marò fossero giudicati con l’articolo 304 A del codice penale di omicidio colposo, un’accusa che non prevede la pena capitale, mentre il secondo e la polizia investigativa li hanno giudicati con il Sua Act, in base al quale la condanna per chi causa morte è la morte».

Datta aggiunge che adesso la palla non è in mano alla politica ma alla magistratura, il cui verdetto potrebbe arrivare anche tra due o tre anni: «In India è la Corte ad avere l’ultima parola sull’innocenza o la colpevolezza dei marò e a decidere l’eventuale entità della pena da assegnare. Il fatto che sia stato applicato loro il Sua Act complica le cose perché, per quanto ne sappia, non prevede nulla di meno della pena capitale per chi ha ucciso». Il governo di Delhi, comunque, garantisce il suo impegno a rispettare la parola data sulla vita di Latorre e Girone.

 

 

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