Veleni industriali, a Porto Torres più morti che a Taranto

Lo dice l’Istututo superiore di sanità. Intanto la Regione dà il via libera a EniPower per la realizzazione di un megaimpianto a biomasse. E i Comitati insorgono.

sardinia post“La Sardegna? Martoriata dall’inquinamento. Basti pensare che a Porto Torres i tassi di mortalità a causa dei veleni rilasciati negli anni dalle industrie sono superiori a quelli diTaranto”. Lo dice l’Istituto superiore per la Sanità. Nel frattempo, il presidente della Regione Ugo Cappellacci pochi giorni fa ha concesso il via libera alla megacentrale a biomasse da 43, 5 Mwe (guarda) che EniPower vuole costruire a Porto Torres, nell’ambito del progetto “Chimica verde”. E questo nonostante le decine di deduzioni contrarie presentate da comitati e cittadini e perfino le resistenze del Consorzio di Bonifica della Nurra e dell’Asl.

porto torresInsomma, il nuovo impianto dell’EniPower sarà realizzato in un sito d’interesse nazionale come quello di Porto Torres, terra di veleni in cui “il mix di sostanza cancerogene come diossine, furani e polveri ultrasottili emesso dalla centrale a biomassa, andrà dunque ad aggiungersi alle altre sostanze tossiche presenti nell’ex area industriale”, attacca il presidente dei Medici per l’ambiente Sardi Vincenzo Migaleddu.

“Quella della Regione è una delibera di estrema ambiguità – continua Migaleddu, perché subordinata all’effettiva disponibilità della biomassa necessaria ad alimentare la centrale, la cui produzione comporterebbe un consumo di fino 100mila ettari territorio(con rese medie di 5 ton/ha), a scapito della produzione agricola locale. E se la biomassa non c’è, come si alimentano le caldaie?”, si domanda il medico sassarese, lasciando a intendere che il rischio che s’importino rifiuti non è poi così remoto. Insomma, il processo di combustione – su cui si basano anche gli impianti a biomassa – di cui i comitati popolari chiedono il superamento tanto in campo energetico quanto nel ciclo dei rifiuti rimane, al contrario, in cima all’agenda politica.

La richiesta è stata avanzata proprio stamattina, a Cagliari, quando il Coordinamento non bruciamoci il futuro ha affidato le sue richieste ad una lettera aperta indirizzata ai candidati alla presidenza della Regione, ai quali è stato anche chiesto un incontro pubblico per fare il punto su rifiuti e energia. E abbandonare il triste primato che fa della Sardegna la regione più inquinata d’Italia, con 445.000 ha di territorio compromesso dall’inquinamento – la fonte è lo studioSentieri del Ministero della Sanità – dove peraltro la produzione di contaminanti locali e  di anidride carbonica continua ad essere superiore del 40% alla media nazionale. In pratica, due piani per non bruciare il futuro.

Da dove iniziare? “Dal superamento degli inceneritori tramite una politica di riutilizzo dei materiali post consumo”, spiega Franca Battelli, del Coordinamento. Che aggiunge: “Per Tossilo, dove si vuole ampliare l’inceneritore esistente, abbiamo addirittura redatto un piano industriale sul modello di Vedelago, il comune veneto che ha realizzato un’economia del riutilizzo. In questo modo si smetterebbe anche di costruire discariche. Al contrario, accade che il precedente piano aumenti del 15 % le quote di rifiuti destinati agli inceneritori, nonostante nell’ultimo anno la produzione di rifiuti sia calata di 40.000 tonnellate”. Il problema – conclude la Battelli – è che finora non abbiamo letto ‘no agli inceneritori e alle produzioni di energia incentivate in nessun programma di nessuna forza politica”.

Per quanto riguarda la produzione di energia elettrica, Migaleddu sostiene che “la Sardegna si stia sempre più trasformando in una piattaforma per lo sviluppo degli altri: il fatto che sorgano nuovi impianti e che aumentino le esportazioni rivela che il motore è a Milano, mentre il tubo di scarico nell’Isola, che continua a pagare l’energia il 30% di più della media italiana”.  

Piero Loi

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