Servitù militari, l’Unione sarda lancia l’idea di dichiarare guerra all’India. Pili comandante in capo?

mauro pilisardinia postPer il composito movimento contro le servitù militari è giunto il momento delle decisioni irrevocabili. L’editoriale pubblicato oggi dal’Unione Sarda propone infatti una strategia innovativa e per certi aspetti rivoluzionaria, una novità assoluta per la storia dei movimenti pacifisti: la dichiarazione di guerra dell’Italia all’India e il contemporaneo avvio di una trattativa “a urla” col governo italiano fondata sulla memoria delle imprese della Brigata Sassari durante la Prima Guerra Mondiale.

Leggiamo sul quotidiano di Cagliari: “Per far rientrare il fuciliere Latorre da Delhi, tenuto in ostaggio per oltre due anni dal governo indiano con il suo collega Girone, c’è voluto un italianissimo certificato medico. Gli israeliani avrebbero mandato gli incursori, noi una commissione parlamentare e due ministre in libera uscita”.

Gli incursori, dunque. Nell’articolo non si entra nel dettaglio dell’auspicato blitz a New Delhi, né delle modalità dell’assalto dei nostri incursori all’ambasciata italiana in India, dove ancora si trova il marò Salvatore Girone. Né si affronta la questione non secondaria della conduzione di un conflitto bellico col secondo paese più popolato del mondo (circa un miliardo e 200mila abitanti secondo il censimento del 2012) che è anche dotato delle tecnologie per la realizzazione della bomba atomica.

Si tratta tutto sommato di piccolezze davanti all’enormità della scoperta delle ultime settimane: la Sardegna è gravata da servitù militari più di qualunque altra parte d’Italia. Ma chi l’avrebbe mai detto? “E da decenni – sottolinea l’editoriale – i sardi stanno ancora aspettando una Giunta regionale capace di pronunciare un «no» chiaro sulle servitù e aprire un confronto serio – se occorre uno scontro – con Palazzo Chigi sugli indennizzi alle popolazioni e soprattutto per una drastica riduzione delle aree e dei tempi delle esercitazioni”.

In effetti i sardi hanno convissuto per decenni con le servitù militari e hanno eletto una serie di governi regionali che, salvo qualche rara eccezione, hanno non solo assecondato, ma anche condiviso questa convivenza. Che è stata incentivata e incrementata quando altri sardi ricoprivano ruoli istituzionali di primo piano. Per esempio, i poligoni di Teulada e di Quirra nacquero quando il ministro della Difesa era il sardo Antonio Segni, poi eletto capo dello Stato, cioè comandante delle Forze armate. E l’insediamento militare più importante per la difesa del territorio nazionale in caso di invasione sovietica – la base stay behind di Capo Marrargiu – è stato istituito e gestito per anni in gran segreto con la fattiva e convinta collaborazione di un altro sardo destinato a una brillante carriera politica, Francesco Cossiga.

Diciamo che, se andiamo indietro nella storia, non troviamo una coerente e unitaria azione dei sardi contro le servitù militari. Soprattutto scopriamo che i sardi hanno affrontato la questione delle servitù militari in ordine sparso. Con minoranze indipendentiste, pacifiste e antimilitariste che vi si opponeva in pressoché assoluta solitudine e una classe politica che le accettava. A volte le gestiva in modo diretto ricoprendo ruoli di governo.

Alla luce di questa banale constatazione, forse si comprende l’auspicio di un blitz a New Delhi e della conseguente guerra con l’India. I momenti bellici – almeno nelle fasi iniziali – rinnovano l’unità delle popolazioni. Come accadde nella Prima Guerra Mondiale quando i Sardi si conobbero sulle trincee del Carso. E diedero un tributo di sangue molto superiore a quello dei soldati di altre regioni. Questa sproporzione fu sottolineata fin dagli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra e divenne uno degli argomenti principali del movimento di reduci che portò alla nascita del sardismo.L’Unione sarda pare scoprirla oggi, poco meno di un secolo dopo. Uno scoop.

E suggerisce di utilizzare questo dato nella tardiva trattativa per la riduzione delle servitù. “Non sappiamo – si legge nell’editoriale – se il presidente Pigliaru e i suoi predecessori, quando si discute di servitù, abbiano mai ricordato questi numeri ai generali e al ministro di turno. Se non l’hanno fatto, è giunto il momento di gridarli”. Ecco: si tratta di gridare. Più forte possibile. Nel modo più scomposto possibile. In modo da impedire a tutti di ascoltare i ragionamenti pacati di quanti trovano stranissimo che, per esempio, un ex governatore come Mauro Pili – che ha serenamente convissuto con le servitù militari quando era in carica, lo vediamo nella foto del 2002 in tenuta mimetica mentre saluta la Brigata Sassari impegnata nella missione in Kosovo  – si presenti oggi come uno dei più accaniti oppositori. Assieme a quanti – intellettuali, giornalisti, dirigenti politici – hanno regolarmente irriso la richiesta di limitarne il peso.

Quando si ricorda questo banalissimo dato di fatto, la reazione è un irritato silenzio. Accompagnato dalla pretesa di un azzeramento collettivo della memoria. Si fa finta di niente. Si fa finta di non capire. Come, appunto, secondo una celebre espressione idiomatica, “fanno gli indiani”.


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